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Quando si dice l’attaccamento alla patria pur che piccola sia…

Omaggio a Joseph-Arthur de Gobineau

di Piccolo da Chioggia

Omaggio a Joseph-Arthur de Gobineau

Joseph-Arthur de Gobineau

Al dì, lungo il fiume, è la primavera fredda che domina. Nel cielo cumuli di nubi violacee e grigie vagano lentamente dirette alla loro meta dai venti. La campagna assiste al trionfo del verde: è cupo quello riverberato dalle fronde di ontani, carpini e faggi, è tepidamente volto al chiaro quello della miriade di steli d’erba ora coprenti a tappeto il suolo dei prati, che solo qualche settimana addietro era visibile nella sua brunitura marcita dalle acque. Vi è risveglio ma questo è silente. Sulle cime della Prealpe pare esservi qualche striscia residua di nevi attardate. 

Ma ecco il segno inequivocabile che annunzia l’arrivata primavera: il garrire delle rondini in questo tardo pomeriggio di passeggiata. Non sempre mi riesce di seguire le traiettorie fischianti e veloci dello stormo falcato e forcuto perché cammino in un tratto sotto gli alberi, ne odo solo lo strido continuo. 

E rammento di quando in Isvizzera capitato nel settore francese della biblioteca universitaria trovavo il volumetto delle “Nouvelles asiatiques” del conte Joseph-Arthur de Gobineau. Questi, diplomatico in Oriente dopo aver lasciate le cure dei ponderosi suoi trattati, sulle scritture cuneiformi e le razze, da inquieto segretario di legazione tornava a ravvivare la sua vena di raccontatore da mille e una notte scrivendo novelle originate dalle più disparate regioni del continente e costruite, forse, su storie realmente avvenute, udite dalla voce di qualche commensale ai banchetti d’ufficio. 

In una di queste novelle, Les amants de Kandahar, si racconta della tragica avventura di due giovani e fierissimi innamorati nati da quelle selvagge e nobili tribù di montanari e guerrieri afgani, spesso in lotta fra loro e sempre indomabilmente ostili a qualsiasi invasore. Discendenti non dirazzati dei Parti che pure qualche guaio lo avevano creato anche ai Romani un tempo…

Devo dire che il dramma di Giulietta e Romeo sul quale la città veronese ha speculato per il romanticismo un poco naïf di ondate di viaggiatori stranieri e di casa nostra mi ha sempre lasciato perplesso. Da lettore della vita di Federico di Prussia e dell’opera di Schopenhauer vedo volto in burla il senso della favola. E non solo: ho udito che uno storico friulano avrebbe – il condizionale è d’obbligo- dimostrato che il fatto all’origine di questa storia medievale non sia avvenuto a Verona ma piuttosto in un borgo del Friuli. Pare che a riprova dell’argomento si siano trovati dei documenti confermati pure da delle antiche cronache.

Chiunque non si accontenti dell’oleografica e stucchevole immagine turistica della città veronese conosce almeno per sentito nominare il poeta Berto Barbarani, il quale, ingentilito il dialetto locale, della villa scaligera cantò in versi indimenticabili la bellezza davvero magnifica. Anche Barbarani si cimentò in un poemetto dedicato ai due amanti gravati dal tetro destino. Perplesso come resto della storia a dispetto di tutte le suggestioni d’arte, rammento piuttosto quanto si tramanda d’un incontro intercorso nei lontani anni 20 o 30 del secolo passato tra il lirico veronese e Adolfo Giuriato, il suo confratello poeta nel dialetto di Vicenza. Pare oltretutto che l’incontro abbia avuto luogo in quel di Montecchio Maggiore dal quale trae il nome la stirpe avversa ai Capuleti. Commentando la bellezza di quel grazioso lembo collinare di regione vicentina posto alle porte della città palladiana venendo da Verona, e rammentandone la cuna dei Montecchi, Berto Barbarani si doleva con il Vicentino all’incirca in questi termini: pecà che sto toco de colina nol sia veronese. Quando si dice l’attaccamento alla patria pur che piccola sia…

Il sereno e meraviglioso idillio di Berto per la sua città porta fra le altre una testimonianza di prim’ordine. D’Annunzio scrive, o in uno dei suoi taccuini o in una lettera, quanto segue e che mi è restato impresso anche se i termini letterali si sono dileguati lasciando però intatto il nudo senso: nessuno è più di me e al pari di Berto innamorato di Verona… 

Ma se tendo a divagare su orme forse inesistenti –sulle rive del bel fiume Adige- di Giulietta e Romeo volto rapidamente le vele ad ovest e torno a Gobineau. 

La storia dei due amanti di Kandahar si concludeva tragicamente al pari di quella immortalata dal drammaturgo inglese. Solo, credo, era spoglia del languore d’atmosfera e della lagna sul fato che, forse del tutto assente nell’opera del genio d’Oltremanica, pure vi si è depositata per sedimento dalle inesaurite lacrime di generazioni di attori e lettori. Sulla storia raccontata dal Gobineau non servono abbellimenti di sagge sentenze o poderosi intermezzi di poesia. La poesia che vi è, si è asciugata al sole spietato e al vento implacabile di quelle contrade sui monti afgani. I rapporti fra gli attori sono nudi e le relazioni con i fatti e le circostanze regolati dalle ferree leggi delle nature barbariche. 

Ma mi appare magnifica e memorabile questa descrizione della potenza d’amore che il solitario ed inquieto diplomatico francese ha creduto poter trasfondere nel suo racconto afgano e che forse alcuno vorrebbe veder come sprecata nell’essere attribuita alla vicenda tragica ma in fondo isolata al giovane pastore guerriero ed alla sua promessa sposa nel generico dramma del mondo e della guerra. Troppo rozze figure e non plausibili per descrizioni così appassionate. Un poco come era avvenuto per il famoso Addio monti dall’acque ed elevati al cielo che Alessandro Manzoni presta a Lucia in fuga dal suo paesello natìo. Riporto dunque la descrizione nella sua forma originale e di seguito accludo un traduzione che fo alla bell’e meglio cercando di darvi pure qualche parvenza di stile ottocentesco. Il soggetto Ils è riferito ai due giovani amanti:

Ils étaient dans un de ces moments où l’esprit acquiert, par l’effet même de la fidelité qui l’emporte, une activité, une puissance de perception supérieure à celle qu’il a d’ordinaire. Alors, tout absorbé qu’on est dans ce qu’on chérit, rien ne passe inaperçu, rien ne se montre qui ne laisse trace sur le coeur, et, par lui, dans la mémoire. Ce regard ne tombe pas sur un caillou, dont la forme et la couleur ne restent pour jamais fixés dans le souvenir; et l’hirondelle qui traverse l’espace au moment où une parole adorée retentit à vôtre oreille, vous la verrez toujours, toujours, jusqu’aux derniers moments de vôtre vie, passer rapide dans les cieux que vous aurez contemplés alors et jamais oubliés.   

Essi eran dunque in uno di quegl’istanti nei quali il nostro spirito acquisisce, per quell’effetto di fedeltà che lo porta oltre di sé, un’attività ed una possanza di percezione superiore a quella ch’esso ha di consueto. E allora immerso com’è del tutto in ciò ch’egli ha di più caro, nulla gli avviene che passi inosservato, nulla gli si mostra che non gliene lasci traccia nel cuore, e, per ciò nella memoria. E a tale sguardo, se si sia posato su di un sasso, nulla sfugge e di questo, persino forma e colore restan fissi nel ricordo; e la rondinella che ha la ventura di traversar l’aria nel momento in cui una parola adorata arriva al vostro orecchio, questa rondinella voi la vedrete per sempre, dico per sempre, e ciò fin all’ultimo istante della vostra vita, e la vedrete passar lesta nel cielo che avete contemplato allora e dipoi e mai più obliato.  

Se inesistenti sono le orme degli sfortunati e celebri amanti veronesi su questo viottolo in riva d’Adige, non appena esco dell’ombra degli ontani e dei carpini che per un tratto avevano fatto da strana tettoia selvatica al sentiero torna a cadermi addosso come un mantello di seta luminosa l’azzurro di questo freddo cielo primaverile. Mi cade a lembi, a frange dai varchi aperti fra le nubi. Scruto il cielo, volto a di dove arrivano gli stridi, e finalmente scorgo la siluetta inconfondibile e falcata d’una rondinella. Nera, con le ali incurvate ad arco e terminate in estremità appuntite. 

Rammento, dal tempo in cui mi soffermavo a contemplare attento i modi e le posture dei loro rapidissimi voli, che nel tardo pomeriggio le rondini approfittano dell’aria riscaldata dal sole della giornata per darsi pure a qualche bella planata sulle correnti ascendenti come degli alianti minuscoli. In questa scivolata ad ali immobili la siluetta della piccola creatura diviene ancor più stilizzata poiché le piume della coda si rinserrano facendo sparire l’apertura forcuta. La rondine si muta così in un fuso nero dal ventre bianco e alato da un bell’arco che ricorda le prime mezzelune visibili dopo il novilunio. 

Non posso esattamente dire ora, durante l’annotazione di queste linee, se la rondinella che ho scorto e seguito con lo sguardo in questa passeggiata si sia atteggiata almeno per un istante a quel fuso ad ali falcate di cui ho scritto e che mi è rimasto impresso per la straordinaria ed aggraziata stilizzazione della siluetta.. Ho rincorsa la bruna volatrice con lo sguardo per vederla presto sparire lontana nell’azzurro. Le traiettorie rapidissime di questa specie gioiosa e numerosa si susseguono ad ogni primavera ed è facile che i ricordi si sovrappongano ad ogni istante; e che nel momento in cui si è riconosciuta la rondine volare, se la vuol rammentare qualche tempo di poi, l’immagine che richiamiamo alla mente può venire da un’osservazione che pur essendo relativa al medesimo luogo può essere stata anteriore di poco o di molto tempo e di qui esser stata rivolta, con molta plausibilità, ad un’ altra sua congenere. Si dovrebbe adottare una precisa disciplina del ricordo ma la cosa, pure se utile, richiede una volontà temprata ed arriva al punto di sfumare in quelle pratiche mentali care agli asceti dell’Oriente…

In effetti in ciò ci si palesa e in forma ancor più chiara il senso della magnifica descrizione di Gobineau. Se non si è in quegli istanti dove si è accresciuta la potenza dello spirito sono davvero molti i particolari che danno l’unicità al ricordo a sfuggire… 

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