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Taci Imbecille

Piero Ostellino, «il Giornale», 24 maggio 2015 

Le cerimonie per il centenario della Prima guerra mondiale seguono lo stesso schema retorico sulla base del quale l’Italia era entrata in guerra nel 1915, passando dalla Triplice alleanza con le potenze centrali alla Triplice intesa con quelle periferiche e inaugurando la brutta fama che l’Italia non avrebbe mai finito le guerre dove, e con chi, le aveva incominciate. Con una maggiore accortezza diplomatica, se fossimo rimasti neutrali, avremmo ottenuto dalle potenze centrali concessioni territoriali analoghe ai guadagni che poi abbiamo raggiunto con la vittoria. L’Italietta contadina, povera e ignorante, nelle mani di una classe militare fondamentalmente impreparata e incapace, si buttò in un’avventura più grande di lei, facendo pagare al Paese i propri ritardi nel diventare una potenza mondiale. Le decimazioni, delle quali, nel corso della guerra, furono vittime tanti innocenti soldati – le cui lettere, prima di morire fucilati, fanno ancora rabbrividire -, furono un atto di terrorismo pubblico tanto inutile quanto vergognoso che non servì a cancellare le poche diserzioni comodamente percepite da una gerarchia militare che faceva pagare alla truppa le proprie inefficienze. Le diserzioni altro non erano che il rifiuto di una guerra alla quale il Paese non era preparato che rifiutava. Personalmente, non aderisco alle celebrazioni perché considero che la nostra partecipazione alla Prima guerra mondiale – per dirla col Papa – sia stata una «inutile strage» di 600mila uomini, per lo più contadini che non sapevano neppure perché erano stati precettati per combattere e morire. Era stata il trionfo politico della parte minoritaria e nazionalista del Paese che sognava una ridicola rivincita per il «Risorgimento tradito» esattamente come, a guerra finita, si sarebbe battuta per riscattare la «vittoria tradita» sempre secondo lo schema di un Paese che non aveva la forza di imporsi sul piano internazionale e trasformava tale debolezza in politica interna. Aveva ragione Giolitti–il presidente del Consiglio che perpetuava in chiave amministrativa la tradizione liberale della Destra storica sconfitta nel 1876 dal trasformismo «degli affaristi e dei bottegai»-che non avrebbe voluto entrarci, e hanno avuto torto tutti quelli che–come il direttore del Corriere di allora, Luigi Albertini, una specie di Scalfari nazionalista e tardo liberale- si erano impegnati a convincere il nostro governo ad entrare in guerra. Fu davvero una «inutile strage» non solo perché ci costò 600mila morti, spogliando la borghesia post-risorgimentale della sua futura classe dirigente caduta nell’inutile guerra, ma soprattutto perché, in nome di una retorica patriottarda, aprì poi politicamente la strada al revanscismo fascista, preparando le condizioni per la partecipazione alla Seconda guerra mondiale, come non bastasse, dalla parte sbagliata, per una sorta di tardivo e irrazionale pentimento del tradimento perpetrato nei confronti dell’Austria e della Germania e il conseguente passaggio alla Triplice intesa. La stessa accusa che, poi, ci avrebbero rimproverato gli irriducibili del fascismo dopol’8 settembre1943... Abbiamo pagato la partecipazione all’«inutile strage» con oltre vent’anni di dittatura fascista e l’improvvido e criminale ingresso nella Seconda guerra mondiale a fianco della Germania nazista, da cui ci ha riscattato solo l’assegnazione alla Resistenza di un significato salvifico non meno retorico del quale paghiamo ancora le conseguenze con una cultura politica dirigista e collettivista ereditata dal comunismo che ci avrebbe volentieri allineati a i Paesi dell’Europa centrale e orientale liberati dall’Armata rossa. Se ci siamo in parte salvati, lo dobbiamo all’elettorato, in prevalenza di donne cattoliche, che il 18 aprile 1948, votando per la Democrazia cristiana di De Gasperi, ha allineato l’Italia alle democrazia dell’Occidente liberale. 

 Difficile commentare e anche solo confutare un articolo di tale stupidità e ignoranza scritto da un giornalista che passa per essere un liberale fuori dal coro (come recita l’esergo sotto la testata del «Giornale» che lo superpaga) e nel quale non si salva una sola riga a cominciare dalla sciocca e antistorica vulgata che vuole il fascismo figlio della grande guerra e dunque il neutralismo come preservativo contro tale concepimento. 

Da Ostellino non ci aspettava un peana al vizio italico di guardare chi vince, (ovvero come lui scrive avremmo dovuto starne fuori e poi raccogliere i frutti conquistati da altri per noi) ovviamente il Manzoni del Coro degli Adelchi è sconosciuto a buon Ostellino. Se lo vada a rileggere per favore. L’esortazione a non aspettare da altri la soluzione dei propri problemi se la deve essere dimenticata, capiamo che Ostellino ha fatto le scuole tanti anni fa, ma ogni tanto, anche se la sua matrice liberale(?) rifugge la cultura in quanto inutile e improduttiva, riprendere in mano il buon vecchio Manzoni non gli farebbe male. Giusto per capire un po’, mica per una superflua concessione alla bellezza, per carità, sappiamo che la considererebbe una perdita di tempo. 

Per non parlare della celebrazione dell’Inutile strage con cui Papa Benedetto XV bollò la guerra e che provocò la reazione di tanti cattolici. Ostellino ha per caso letto La viglia di Caporetto di Silvio d’Amico? Ovviamente NO, però cita le lettere dei condannati a morte per fucilazione che “ancora oggi fanno rabbrividire”, ma no? Della immane quantità di scritture private e pubbliche di letterati e di illetterati Ostellino cita solo le lettere dei condannati a morte? Ha mai letto quelle dei condannati alla pena capitale per orribili omicidi scritte dalle carceri statunitensi? Soprattutto per coloro che si ritengono innocenti lo strazio è uguale se non peggiore. E che dire del voto delle donne cattoliche? Francamente niente. Solo una precisazione la faccenda del comunismo nel ’48 fermato dalle vecchiette che credevano De Gasperi, una specie di prete portatore della croce, l’aveva già scritta Guareschi!

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da cragno50 il 07/10/2015 1.11.12

    Se le 50 divisioni austroungariche impegnate sul fronta italiano si fossero invece rese disponibili sul fronte occidentale, per la neutralita' dell'Italia, la guerra si sarebbe conclusa - ben prima che l'intervento americano diventasse decisivo - con la vittoria degli imperi centrali e la sconfitta di quell'occidente liberale a cui Ostellino tiene tanto.

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