Taci Imbecille

Gian Antonio Stella, «Corriere della sera», 23 agosto 2015 

E se l’autore della leggendaria «Preghiera dell’alpino» avesse compiuto orrendi crimini di guerra sterminando coi gas tossici centinaia di vecchi, donne, bambini? Nella scia delle polemiche tra gli alpini di Vittorio Veneto e la Chiesa locale che aveva chiesto di evitare certe parole da decenni soppresse dalle stesse autorità militari, torna a galla la carneficina di Zeret, in Etiopia, del 1939. Una mattanza che pone un problema: vale la pena che le amatissime Penne Nere restino legate a parole scritte da chi ordinò di usare l’iprite assassina? Ripartiamo dalla cronaca. A Ferragosto, a passo San Boldo, un gruppo di alpini contesta il prete che dice messa, Francesco Rigobello, reo d’aver chiesto di non leggere una versione della «Preghiera dell’alpino» nella parte in cui dice: «Rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana». Accusa de Il Giornale : «Armata di sacro fuoco della censura, la diocesi ha imposto di sbianchettare una frase giudicata troppo dura nei confronti degli stranieri». Per capirci: non voleva «offendere gli immigrati». Tweet di Salvini: «Sono sempre più sconcertato da “certi vescovi”». In realtà, come hanno segnalato subito vari blogger, da Lorenzo Tognato agli autori di www.butac.it (bufale un tanto al chilo) la storia del testo della «Preghiera dell’alpino» è controversa. E non lo dicono i «vescovi comunistoni» ma fonti non sospette come vari siti web di alpini. In sostanza di preghiere, da un secolo in qua, ce ne sono state tante. La più famosa, però, è quella riportata in una lettera alla madre da Gennaro Sora. È lui l’autore? Certezza assoluta non c’è ma pare di sì. Certo il testo iniziale del 1935, anno XIII dell’Era fascista, conteneva oltre a parole che ancora toccano il cuore di ogni Penna nera, altre oggi incommestibili, come certi toni muscolari e l’omaggio al Re e al Duce. Tanto che le stesse autorità militari decisero nel 1949 di rimuoverle: via. E qui la frase della controversia a San Boldo c’era ancora. Successivamente, però, come spiega ad esempio alpini-pordenone.it , «Mons. Pietro Parisio, cappellano militare capo del 4° Corpo d’armata alpino, con l’approvazione del suo generale comandante Franco Andreis» mise mano di nuovo al testo e «veniva sostituita la frase: “rendi forte le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana”, con la dicitura: “rendici forti a difesa della nostra Patria, e della nostra Bandiera”». Era il 1972, Salvini che accusa di censura «certi vescovi» d’oggi doveva ancora nascere, Bin Laden era solo un ragazzino e quel tagliagole di Al Bagdadi aveva ancora i pannolini. Insomma, la «censura» sarebbe stata decisa, piaccia o no a chi strumentalizza queste cose, non a Ferragosto del 2015 ma semmai quarantatré anni prima. Punto. In certe occasioni gli alpini possono recitare anche la precedente versione senza Duce ma con la «millenaria civiltà cristiana»? Sì, questa ambiguità è rimasta. Ma solo in particolari occasioni e quando sono tutti alpini. Quindi non nel caso, dice la curia veneta, di San Boldo. Ma qui c’è la nota dolente. È giusto essere fieri della nostra «millenaria civiltà cristiana»? Sì. È normale che gli alpini siano affezionati alla loro preghiera storica, compreso il linguaggio qua e là bellicoso? Sì, erano altri tempi e in fondo anche Leopardi scrisse cose tipo «L’armi, qua l’armi: io solo/ Combatterò, procomberò sol io!». Siamo tutti scottati nei nostri valori dalle minacce degli sgozzatori dell’Isis? Vero anche questo. Il guaio è, come ricorda con sofferenza Angelo Del Boca, lo storico (e alpino!) che più di tutti ha studiato il colonialismo italiano, che Gennaro Sora, quel sedicente guardiano della «millenaria civiltà cristiana», non era l’uomo giusto per parlare di queste cose. E si spinse a usare gli ascari musulmani in divisa italiana (come prima di lui quel macellaio di Rodolfo Graziani) per massacrare cristiani dell’antichissima Chiesa etiope fondata da San Frumenzio nel III secolo d.C., ai tempi di Costantino. Il bergamasco autore della «Preghiera», qui e là così bella e poetica, non partecipò infatti solo al salvataggio dei superstiti della spedizione di Umberto Nobile al Polo Nord (e lì fu un eroe) ma anche, come dicevamo, alla strage di Zeret dell’11 aprile 1939. C’era lui, come dimostra con implacabili documenti ufficiali Matteo Dominioni in Lo sfascio dell’impero (Laterza), al comando del rastrellamento che bloccò una manciata di guerriglieri etiopi e oltre un migliaio vecchi, donne e bambini in una grotta. Ad accusarlo è il libro Plotone chimico scritto da Giovanni Boaglio, il sergente che raggiunse gli assedianti («passavamo fra villaggi bruciati e rasi al suolo, testimoni spaventosi del passaggio della… Civiltà!») e piazzò materialmente l’iprite: «Il Colonnello Sora, con cappello alpino dalla falda completamente abbassata, ci accolse a braccia aperte e con un sospiro di sollievo: era l’antivigilia della S.Pasqua del 1939, che coincideva quell’anno con la Pasqua copta». Bel cristiano… Concordarono insieme, cosa fare. Come calare dall’alto davanti alla grotta i fusti di iprite («chi ne viene a contatto entro poche ore nota sulla parte interessata un arrossamento che si trasforma in vescica un’ora dopo; è l’inizio di un dolorosissimo processo canceroso che si espande continuamente dando la morte per setticemia»), come sparare dentro la grotta «cento proiettili 65/17 ad arsina che è un aggressivo chimico (…) delle vie respiratorie», come falciare chi fosse uscito a mitragliate… La cronaca gela il sangue. Costretti gli assediati a venir fuori, «a gruppi di una cinquantina alla volta venivano mitragliati e gettati in un profondo crepaccio. (…) Tutta la notte durò la carneficina e si acuì ancora con i primi chiarori dell’alba (…) e la caccia all’uomo si scatenò con furia bestiale». L’ammasso di donne e bambini lasciò Boaglio senza fiato: «Notai su quei poveri corpi lo scempio che l’iprite vi stava menando: grosse vesciche sulle gambe, sui piedi, sulle braccia, sul collo: sinistre e paurose bolle gonfie di veleno le une, flaccide e gocciolanti morte le altre; piccoli, teneri corpicini di bimbi ignari orrendamente piagati…». Ogni tanto, mentre «il colonnello Sora sembrava un leone in gabbia, andava e veniva sul ciglio del burrone», arrivavano al comando, eccitatissimi, degli ascari col bottino da mostrare a Sora e agli altri ufficiali: «Posero in terra il pesante fardello e cominciarono a trarne il contenuto che allinearono coscienziosamente in riga: erano teste mozzate, orribili a vedersi, lorde di sangue…». Possiamo davvero dimenticare tutto e metterci una pietra sopra? 

 Ovviamente no, ovviamente le solite anime belle col ditino alzato del moralismo ipocrita non possono metterci una pietra sopra, anzi il loro sacro dovere è sollevare ogni pietra e denunciare il marcio. Magnifiche carriere nate dal "sollevamento pietre" compiuto dai giusti pulpiti, perché se le denunce le fanno altri giornali dal corrierone cadono immancabilmente nel nulla. Ma questa volta il moralista in servizio permanente effettivo è stato vittima dell'antifascismo di maniera, quello che non si può non essere antifascisti a vita e in ogni caso, quelli che in qualunque caso "dagli al fascista". Così ecco che si scopre che l'autore della preghiera contestata alle penne nere era un colonnello che in guerra (come fecero tutti in quel dannato periodo) usò l'iprite contro i nemici. Di conseguenza tutto ciò che egli ha fatto, fosse anche un vasetto di terracotta modellato con le sue mani, diventa inaccettabile, sporco, gravato dal peso della macchia indelebile: ufficiale fascista, sterminatore di uomini con l'iprite. Orribile, siamo tutti d'accordo, ma anche gli americani hanno sterminato la popolazione di due città giapponesi e la loro progenie con l'atomica eppure nessuno si sogna di proibire l'inno Usa, nessuno mette al mando i nomi dei piloti e soldati che sganciarono le bombe su quegli innocenti. Anzi si sono fatte delle canzoni di successo che tutti abbiamo canticchiato (vi ricordate Enola Gay) dedicate al nome dell'aereo che portò le bombe sul Giappone, si sono fatti film celebrativi l'eroismo di quei portatori di morte. La differenza sta nel fatto che gli Usa hanno vinto la guerra e gli italiani che l'avevano cominciata l'hanno perduta. Niente di strano, si sa la storia le scrivono i vincitori, è sempre stato così. Il problema è che il giornalista del Corriere non è di quelli che ha vinto la guerra conquistandosi il diritto di scrivere la storia, ma appartiene alla categoria di coloro che, a cose fatte, sono ardimentosamente saliti sul carro del vincitore e dall'alto dell'invulnerabilità acquisita (dallo sforzo di altri) danno lezioni di moralismo, stabiliscono chi dannare e chi salvare. 

PS Gian Antonio Stella richiama il giovane Salvini al dato che già nel '49 a opera delle gerarchie militari, e nel 72 per iniziativa di un cappellano militare la preghiera degli alpini era stata modificata. CI vuole un bello sprezzo per la contestualizzazione storica per richiamare queste due date come precedenti alieni alla censura. In realtà l'immediato dopoguerra e poi i "sinistrissimi" anni '70 rappresentano i periodi di maggiore insofferenza con reazione censoria pesantissima nei confronti di tutto quel che non solo odora di fascismo , ma anche di destra.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da cioccapaolo il 24/08/2015 0.40.06

    Buonasera dott. Stella, Le scrivo a proposito dell'articolo su "la preghiera degli alpini".  Non sapevo della parte "terribile" della storia di Gennaro Sora (quella sull'atroce massacro, per intenderci). Nel leggere la storia degli Alpini ho trovato (ovviamente, non mi aspettavo una storia di soli abnegazione ed eroismi) più di una macchia. Però, avendo fatto parte del corpo degli alpini negli anni 80, voglio testimonare lo spirito di servizio e di assistenza, per i più deboli e per i compagni, che ho vissuto. La preghiera dell'alpino è una bandiera che ho recitato ( e recito) credendo in quello che pronuncio (comprese le armi, anche se ho usato giusto lo schioppo un paio di volte al poligono e compresa la millenaria civiltà cristiana, anche se mi rendo conto che ci sono e saranno alpini ebrei o islamici, ai quali il riferimento di certo non si confà). Detto questo, è innegabile che l'impianto della preghiera arrivi dalla penna (stilografica) di un probabile criminale di guerra. Nondimeno, trovo che quel testo raffiguri lo spirito che anima il corpo degli Alpini e che questo spirito, nel suo significato e a parte i necessari distinguo per le armi e la civiltà cristiana, sia universalmente condivisibile o, più modestamente, non censurabile. Con stima, per la sua denuncia ormai di decenni, Paolo Ciocca Mi piace

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