Eliade prosatore

Verità mitica e razionale a confronto

di Giovanni Sessa

Verità mitica e razionale a confronto

La copertina del libro

Lo storico delle religioni Mircea Eliade, è noto, è stato anche uno scrittore di vaglia. Dotato di  prosa elegante ed affabulatrice, nelle opere letterarie fece emergere i tratti più significativi della sua complessa personalità: l’erudito, mai stanco di interrogarsi sull’eziologia di fatti ed eventi, e il sognatore ad occhi aperti, il flâneur abile nello scoprire cause più profonde di quelle che la ratio ha elevato alla categoria dell’unicità. La cosa è comprovata dalla recente pubblicazione, nelle nostra lingua, di tre racconti brevi di Eliade nel volume, Dayan e altri racconti, edito dalla Bietti per la cura di H. C. Cicortaş (per ordini: 02/29528929, euro 16,00). Il libro è aperto proprio da  Dayan, cui fanno seguito altri due testi, La mantella e All’ombra di un giglio… I tre scritti videro la luce tra il 1975 e il 1982, nell’ultimo periodo della vita dell’intellettuale romeno.

    I racconti sono accomunati dallo stile letterario, oltre che dalla specificità delle tematiche che attraversano il pensiero di un’intera generazione di studiosi romeni. Sotto il profilo cronologico è bene ricordare che La mantellafu composta nel 1975 ed è, pertanto, il primo racconto della trilogia. Seguiamo Sorin Alexandrescu, docente dell’Università di Bucarest e autore dell’informata postfazione che accompagna il libro, e muoviamo dall’esegesi di questo primo scritto. La voce narrante è di Pantelimon che, all’inizio dei fatti, riconosce un altro protagonista della storia dalla strana mantella che questi indossa. La narrazione trova il proprio incipit nei pressi del negozio di generi alimentari di via Mătăsari a Bucarest e si sviluppa in una serie di conversazioni, dirette o riportate, e in una serie di interrogatori di polizia condotti dagli uomini della Securitate, attorno ad uno strano caso: qualcuno, in quel negozio, il 19 maggio 1969, aveva sostenuto quel giorno essere il 19 maggio 1966, come provato da una copia del quotidiano del Partito Comunista Romeno ricevuto   quella mattina a casa. Eliade distingue, e il lettore di ciò ha immediata contezza, due gruppi di personaggi: gli indagati e gli inquisitori. Secondo questi ultimi i congiurati, Pantelimon, Ulieru e Zevedei, avendo retrodato con alcune correzioni significative in termini politici, la copia di Scȋnteia, avrebbero realizzato un “atto di sabotaggio” nei confronti del potere costituito. L’autore evidenzia volutamente il terrore isterico che connota ogni totalitarismo quando, dopo aver eliminato l’ opposizione, non potendo sopravvivere senza l’altro da sé, tende a dare vita onirica a presunti nemici.

    La cosa rilevante è la struttura narrativa del testo che, per essere davvero compreso, va letto in termini retrospettivi e non semplicemente prospettici, dato che “…ogni scena è…illuminata in modo sempre diverso nel corso della narrazione, acquisendo significati completamente inimmaginabili all’inizio” (p. 181). Ciò significa che il lettore deve ri-costruire il tempo degli eventi narrati, in quanto essi sono spesso proiettati in avanti e, in altri casi, rivolti all’indietro “i buchi nel tessuto narrativo si riparano spontaneamente ma mai integralmente…una certa linea logica non è mai del tutto esplicita” (p. 182). Alla fine si scopre che i messaggi criptati sulle pagine del giornale, in realtà sono citazioni dai Vangeli e da testi di Gandhi, Confucio e Marco Aurelio. Il filo del discorso è riassunto dall’poliziotto Pantazi, il cui ruolo è quello del “ragionatore”, impersonato da altri inquirenti della letteratura gialla.  Egli ha la capacità di comprendere l’“altro” e le sue ragioni. Il cospiratore Zevedei presenta nella biografia, tratti comuni all’uomo Eliade. Questi, dopo l’iniziale adesione alla Legione di Codreanu, che gli costò una breve detenzione carceraria, decise di rinunciare ad ogni attività politica, proprio come il protagonista di queste pagine.

   Il racconto Dayan ha al centro della vicenda un giovane matematico, Orobete,  soprannominato in questo modo in quanto indossa, a causa di un infortunio, un bendaggio sull’occhio destro, come l’alto ufficiale israeliano Moshe Dayan. I suoi docenti si accorgono che il promettente ricercatore ha spostato la benda sull’occhio sinistro. Interrogato dal Preside di facoltà, confessa che di aver avuto una miracolosa guarigione dell’occhio destro, a causa dell’intervento salvifico di uno strano personaggio, Ahasverus, l’Ebreo Errante. Con quest’ultimo attraversa per tre giorni e tre notti, case, giardini e strade di Bucarest. Il loro vagabondaggio è narrato con maestria onirica da Eliade. Al centro della narrazione il mistero del “Tempo”, in quanto in un testo attribuito a Dayan del 1931, dedicato al teorema di Gödel, questi avrebbe decifrato l’equazione ultima di Einstein e Heisenberg, capace di “integrare il sistema Materia-Energia nell’altra struttura, quella di Spazio-Tempo” (p. 186). Tale integrazione consente di sostenere che “il tempo può essere percorso in entrambe le direzioni” (p. 186).  E a proposito di tempo, Albini, funzionario zelante di polizia, rivela ad Orobete che il suo viaggio magico con l’Ebreo Errante in realtà si è concluso nel cimitero israelita della città, nel quale è stato visto entrare e mai uscire. Eliade mette a confronto due verità: quella mitica e quella razionale, entrambe basate su fatti, ma su “fatti” di natura diversa. In tutta la sua produzione, sia saggistica che narrativa, Eliade pare sospeso, come nelle corde della migliore letteratura fantastica, nell’esitazione tra l’accettazione dell’una o dell’altra. Egli indugia tra l’opzione definitiva per il mito e quella per la ragione analitica.

   La cosa la si evince con chiarezza dalla lettura di All’ombra di un giglio… Il titolo riproduce una frase misteriosa e suscettibile di disparate interpretazioni, pronunciata da un personaggio del racconto quando ancora si trovava, prima dell’esilio, in Romania. Questi sostenne che si sarebbe riconciliato con un amico, con il quale non era più in buoni rapporti, “all’ombra di un giglio, in Paradiso”. Nel racconto, il senso recondito della frase si lega, paradossalmente, ad un evento   senza spiegazione, attorno al quale discutono nella Parigi dell’esilio romeno, esuli transilvani e cittadini francesi: la scomparsa di alcuni camion dopo un tornante su una strada statale. Anche in questo caso il narrato vive nella sospensione tra verità dei fatti effettuali e verità più profonda, archetipale. Perché, dunque, Eliade non ha corrisposto fino in fondo alla verità del mito? La  risposta forse la si può trovare in questa annotazione del suo Diario portoghese: “…la tragedia della mia vita si può ridurre a questa formula: sono un pagano… che cerca di cristianizzarsi”. La lacerazione esistenziale che tale situazione determinò in lui è, ci pare, capace di spiegare le sue titubanze e i suoi non-detti.

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