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All’invocato ignoto: Dem unbekannten Gotte. Una poesia dello scolaro Federico Nietzsche

di Piccolo da Chioggia

All’invocato ignoto: Dem unbekannten Gotte.  Una poesia dello scolaro Federico Nietzsche

Federico Nietzsche

Si può dire che si levi un poco il vento della retoricao in ogni caso il respiro dell inno, pure se acerbo, nel poemetto che Federico Nietzsche aveva composto, al pari di alcuni pezzi musicali per pianoforte, lultimo anno di scuola, prima di intraprendere lo studio universitario.


Se numeriamo gli anni si dovrebbe essere intorno al 1863; lItalia, il cui stampo romano di fatto non cancella gli incerti, si èriunita in modi ambigui; nei paesi tedeschi, con direzione quasi parallela si avvicina, preparato dal Bismarck il biennio guerriero che porta alla Germania prussiana. Nel 1864 si spazzano via le anticaglie delle ambizioni danesi dallo Schleswig Holstein che diviene così “il settentrione teutonico”, e memorabile resta la vittoria navale sul Baltico del bravo ammiraglio veneziano ed austriaco Wilhelm von Tegethoff, ancora per poco un utilissimo alleato


Poco dopo, il fatidico 1866, si scorna, e forse fu un atto compiuto con unarroganza fuori misura, la suscettibilità dellonore asburgico con la disfatta di Königgratz che toglie al provinciale monarca di Vienna supremazia politica su Sassoni, Bavaresi e Renani, per riunire tutti questi sotto la meccanica ala prussiana. E si ruba allaffetto sentimentale del povero imperatore cattolico, la bella Venezia che pure era stata conservata dalle armi austriache con la vittoria di Custozza e con la gloria di Lissa. Dove qui, sul mare Adriatico, il bravo Tegethoff impartiva allItalia marinara la prima cocente lezione di buon comando e di affetto da parte dei marinai veneti. 


È passato alla storia militare di Vienna lordine concitato dellammiraglio austroveneziano al fedelissimo timoniere Vianello da Pellestrina in atto di speronare a tutto vapore con la nave imperiale la corazzata italiana -o forse in spirito ancora piemontese-con un


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perfetto endecasillabo in vernacolo lagunare. E pare che i bravi marinai dal dialetto a noi più che comprensibile avessero lanciato in preda allentusiasmo, vedendo la flotta italiana ripiegare malconcia, navi squassate dalle artiglierie e fumanti dincendi, fumaioli divelti e alberi mozzati e poveri valorosi marinai in acqua, per lultima volta nella storia, il commovente urlo di gioia per la concessa grazia al coraggio ed alle armi del patrono della Dominante


San Marco, San Marco! 


Questa in breve la temperie istorica della quale il futuro cantore di Zarathustra si trova, da scolaro, a vivere i preludi.


Per rispondere al quesito se per tutto ciò vi sia stata vera gloria è dobbligo arrestarsi con il Manzoni alla sentenza che collocalardua risposta alla generosità dei posteri. E presto, di tanto, in tuttaltra forma ma con medesima direzione se ne avvede il Nietzsche. Da principio era stato sedotto dal mito germanico e teutonico, e pure bismarckiano; con lacuirsi dello studio e della meditazione dei classici, con il respirare, pochi anni dopo, passata Sedan e proclamato a Versaglia il Reichla strana malattia collettiva che prese il nome di Reichsverdrosselung” ovvero “tedio del Reich” il filosofo dellaldilà di bene e male si distacca dalla retorica del germanesimo e inizia a farsi una sorta di leale ma spietato bastian contrario. Arte plastica, musica, poesia, prosa, architettura e infine politica tedesche sono da lui sezionate o meglio vivisezionate con locchio freddo e ad essesono spesso contrapposte in margine di lievità e superiorità le superficialità in arte e restomolto meno morali e pervase di gioia di vivere, latine. Per abbandonare un poco la retorica del racconto: le superficialità italiana e francese


Ma allora il Nietzsche poeta diviene altro e molto più arduo a scandagliarsi. E qui è solo argomento del poemetto scolastico e a questo mi devo attenere.


Una costante credo si possa in ogni caso individuare comune pure ai componimenti del filosofo successivo e divenuto dinamite per lEuropa: la scrittura tedesca cristallina che poco o nulla concede a sensazioni subite senza essere state precisate da una mente che voleva temperare in nobili forme il balenare poetico.

Sezioni critiche mi sono estranee essendo io lontano tanto dalla cattedra quanto dalla pratica della poesia. Voglio peròrammentare al lettore che avevo già nominato questa lirica, letta la prima volta in una antiquata antologia scolastica da scuola superiore (caso davvero notevole!)nel capitolo passato e dedicato ai termini che nei quattro gruppi linguistici dellEuropa degli ultimi secoli individuano il grande scomparso della filosofia di Nietzsche: Dio. Mi pare quasi che ora ogni commento si faccia superfluo: lannunzio della grande morte aveva in preludio una poetica dichiarazione dignoto


Atteniamoci solo al nudo fatto linguistico. Gott è alla lettera linvocato. Dio è il  luminosoBog rammenta il Bhaga vedico, Theos è spiritoAllinvocato ignoto tale il senso stretto del dativo germanico dem unbekannten Gotte”lo scolaro geniale leva le mani. In attesa di segni? O di aiuto? Lasciamo le congetture sentimentali. Ogni lettore interpreti come si sente il poemetto. Trovo singolare distinto che lo scolaro dalla coscienza ben più che sveglia non levi al cielo gli occhi. Dio per chi parla latino non è appunto anche in senso trasposto il dì luminoso? 


Dem unbekannten Gotte


Noch einmal, eh ich weiterziehe

Und meine Blicke vorwärtssende,

heb ich vereinsamt meine Hände

zu dir empor, zu dem ich fliehe,

dem ich in tiefster Herzenstiefe 

Altäre feierlich geweiht, 

daß allezeit

mich deine Stimme wieder riefe.


Darauf erglüht tief eingeschrieben

Das Wort: Dem unbekannten Gotte.

Sein bin ich, ob ich in der Frevler Rotte

Auch bis zur Stunde bin geblieben: 

Sein bin ich-und fühl die Schlingen,

die mich im Kampf darniederziehen

und, mag ich fliehn,

mich doch zu seinem Dienste zwingen.


Ich will dich kennen, Unbekannter,

du tief in meine Seele Greifender,

mein Leben wie ein Sturm Durchschweifender,

du Unfaßbarer, mir Verwandter!

Ich will dich kennen, selbst dir dienen.


Ancora unistante

prima che prosegua

e lo sguardo innanzi diriga; 

in solitudine

le mani levo a te,

dove cerco riparo,

e cui nel profondo del cuore

ho dedicato altari festosi

a che 

in ogni tempo 

la tua voce io intenda.


Sopra vi ho inciso 

- infiammato-

questa parola:

al Dio ignoto.

Chè suo sono io

se anche 

nella torma degli empi -

a volte mi attardo:

suo sono io  e se sento i lacci

che mi traggono a questa lotta di giù,

e voglio fuggire,

questi ancora mi costringono a lui.


Ti voglio conoscere,

incognito che mi artigli nellanima

e come tempesta mi traversi la vita

-inafferrabile, 

ancorché del mio stampo!

Ti voglio conoscere dunque

e pure servire.


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