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la recensione

Baudelaire antimoderno, la biografia di un genio

Esce per Bietti un bel libro di Charles Asselineau dedicato al poeta maudt che in realtà...

di Giovanni Sessa

Baudelaire antimoderno, la biografia di un genio

La nostra epoca, materialista ed utilitarista, sembra totalmente aliena dall’interesse per la genialità e la poesia. Eppure, nell’epoca della mercificazione universale della vita, minoranze intellettuali attive, tornano a mostrare viva partecipazione per la creazione artistica, mai paga di sé e sempre alla ricerca del perseguimento dell’oltre. Se davvero Dostoevskij avesse avuto ragione nel pensare che solo la bellezza è in grado di salvare il mondo ecco, in questo caso, il grigiore spirituale della società contemporanea, dominata dal conformismo dell’intellettualmente corretto, dovrebbe invocare a sé, per la propria salvezza, il ritorno dei poeti! E’ quanto abbiamo considerato al termine della lettura di un volume di recente pubblicazione. Si tratta di Charles Baudelaire, la vita l’opera e il genio, di Charles Asselineau edito da Bietti (per ordini: 02/29528929, euro 15,00). Libro significativo, in quanto riporta l’attenzione su una congerie intellettuale lontana, non solo temporalmente, ma esistenzialmente da quella attuale. I suoi tratti peculiari, d’altro lato, potrebbero essere estremamente utili nell’attuale battaglia delle idee.

   Sostanzialmente, quella che nelle pagine del libro viene presentata attraverso l’esemplare figura di Baudelaire, è la generazione del secondo romanticismo francese, figlia della rivoluzione letteraria maturata nel paese transalpino dopo il 1830. Se si vuole, la prima rivoluzione spirituale antiborghese, la prima reazione europea al germe patogeno della mercificazione della vita. Di essa, assieme al protagonista della biografia che presentiamo, furono attori di primo livello, lo stesso Asselineau, Banville, Poulet-Malassis, Gautier. Il libro è impreziosito da un’ampia Appendice che raccoglie  aneddoti e un ricco epistolario che propone missive dell’autore, di Baudelaire, di sua madre e di Malassis. Il volume fu pubblicato nel 1868, a poco meno di due anni dalla morte del grande poeta. Fu il primo testo a rivelare al mondo la genialità di Baudelaire. In esso lo scrittore mostra la sua incondizionata fedeltà all’amico poeta, ricostruendone il percorso esistenziale senza mai ricorrere agli sguardi furtivi dal “buco della serratura” che, nel caso del personaggio in questione, avrebbero potuto suscitare solo interessi morbosi. Il lettore, pertanto, non troverà in queste pagine, connotate da una sobrietà intellettuale e stilistica di fondo, alcun esplicito riferimento all’amore “…impuro (di Baudelaire) per Sarah, la prostituta ebrea “Louchette”, alla selvaggia passione per Jeanne, la “Venere nera”, alla devozione serafica per Madame Sabatier, la “Presidentessa” (p. 12), chiosa il curatore Massimo Carloni. Asselineau, fedele alla sua vocazione di fondo, quella di bibliofilo impenitente, di flaneur alla ricerca di rarità tra le bancarelle dei bouquinistes del lungo Senna, è interessato a realizzare una sorta di “biografia della Spirito” del grande artista.

   Il primo incontro tra i due avvenne al Louvre, durante il Salon del 1845, che entrambi dovevano recensire per le riviste alle quali collaboravano. Li fece avvicinare Emile Deroy, pittore di vaglia, morto a soli ventisei anni e al quale si deve il suggestivo ritratto di Baudelaire giovane. Dalla narrazione si evince che, intenzione essenziale dell’autore è da individuarsi nel suo celarsi, rispettosamente ed ossequiosamente, alle spalle del protagonista, quale sua ombra. Il tratto caratteriale predominante nei due era antitetico: modestia umbratile in Asselineau, genio e sregolatezza in Baudelaire. Si videro rapsodicamente negli anni dell’ubriacatura rivoluzionaria del 1848, per riprendere successivamente in modo stabile la loro frequentazione. Anche Asselineau dovette superare l’esame d’ammissione, necessario per poter frequentare il genio.  Ai primi incontri, infatti, Baudelaire saggiava con battute sarcastiche e paradossali, la reale tenuta antiborghese dei suoi conoscenti e, in tal modo, selezionava le amicizie. I due, fra le altre cose, furono protagonisti “…di quella folgorante avventura letteraria costituita dalla casa editrice Malassis & De Broise” (p. 10) che pubblicò, con estremo coraggio e profetica intuizione, le Fleurs du Mal. Malassis, a causa di quest’opera, fu processato assieme a Baudelaire e condannato con lui. Artista ed editore subirono la gogna predisposta ad hoc dai benpensanti e dalla stampa ufficiale. In quella circostanza intellettuali di rilievo, assai attivi nel dibattito culturale transalpino, non ebbero il coraggio di difendere Baudelaire dalle accuse infamanti. Esemplare in tale atteggiamento fu Saint-Beuve, illuminato critico del Parnaso francese.

    Nel 1862, infine, la casa editrice chiuse i battenti per i debiti accumulati anche a causa di Baudelaire. I due sodali non si dettero per vinti e ripararono in Belgio. Al momento del  ritorno a Parigi nel 1866, il poeta maledetto, che mostrava i primi segni della malattia che lo avrebbe presto condotto alla morte, fu accolto alla stazione dal fido Asselineau che, nel libro, ricorda la risata satanica in cui proruppe il genio venerato nel vederlo nuovamente. Per Baudelaire, il nostro autore, portò a termine incarichi disparati: lo ospitò nella sua abitazione, in più circostanze, anche quando bussava alla sua porta a notte fonda,  nel tentativo di sottrarsi ai creditori. Inoltre, si recò spesso al Monte di Pietà al fine di piazzare oggetti preziosi dell’amico al miglior prezzo. Infine, lo assistette devotamente fino all’ultimo respiro nei giorni tristi della lunga malattia. Per la legge del contrappasso la sorte impose al poeta di vivere, mentalmente lucido, senza poter più usare, la parola. Il suo volto, nota Asselineau, assumeva, nei momenti di maggior tensione, espressioni così intense, più eloquenti di qualsiasi discorso. Il merito maggiore di Asselineau non sta nell’averci restituito nella biografia un Baudelaire di stupefacente umanità ma di aver tentato un primo bilancio critico della sua opera. Essa “…annuncia l’avvento della modernità…delineandone i soggetti, i luoghi, le forme e, per certi versi, il destino, segnato da una visione metafisica che in Baudelaire rimane profondamente antimoderna” (p. 13). Ci pare che Carloni abbia davvero colto nel segno: la poesia e la vita del poeta sono un grido di dolore e, al contempo, di gioia, lanciato da uno spirito aristocratico contro il proprio tempo e contro la ribellione delle masse, che già si annunciava. Gusto del paradosso, della provocazione intellettuale e morale, della diversità, quest’ultima condivisa con Asselineau, sono tratti della sua rivolta antiborghese. Le sorti progressive dell’umanità lo spaventavano, previde l’inferno che si approssimava. Lo si evince con chiarezza nel discorso che Asselineau tenne al cimitero di Montparnasse, il 2 settembre 1867, in occasione dei funerali di Baudelaire, di fronte ad una piccola brigata di artisti coraggiosi che sfidò le intemperie e ai quali disse “… la leggenda di Charles Baudelaire,…non è che il riflesso del suo disprezzo per la stupidità e la mediocrità boriosa”. Purtroppo di questi mali si pasce ancora l’intellettualmente corretto.

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