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Controtenore

RAFFAELE PE: una voce per il Barocco (ma non solo)

Intervista a un giovane cantante lirico italiano di successo .... ampiamente meritato.

di Domenico Del Nero

RAFFAELE PE: una voce per il Barocco (ma non solo)

Raffaele Pe (nell'interno: il cantante nel ruolo di Jarba nella Didone abbandonata di Leo Vinci).

Dai primordi dell’opera, da Monteverdi e Cavalli sino a Britten. Raffaele Pe è un giovane controtenore italiano, veramente una promessa della lirica in un repertorio tanto affascinante quanto spesso poco conosciuto.  Il suo ruolo inoltre richiedete una tecnica e uno sforzo non indifferenti, ancora maggiore che negli altri casi. Si tratta infatti di quei ruoli maschili che nel sei-settecento erano affidati a soprattutto ai castrati, o anche ai contralti (anche se si tratta di due cose diverse). Molte splendide opere, spesso dimenticate, richiedono questo particolarissimo ruolo e sono davvero pochi i cantanti che riescono ad eccellere.

Raffaele Pe, vincitore e finalista di molti concorsi, lavora regolarmente con alcuni dei maggiori direttori della scena internazionale, tra cui Sir John Eliot Gardiner, Paul McCreesh, René Jacobs, Nicholas McGegan, Ottavio Dantone, Andrea Battistoni, Vaclav Luks, Leonardo Garcia Alarcon, Antonio Florio e Claudio Cavina. Proprio in questi giorni ha interpretato a Firenze, con grandissima abilità sia vocale che scenica, il ruolo di Jarba nella Didone abbandonata di Leonardo Vinci; opera non più rappresentata da quasi tre secoli.  Una difficoltà in più, dunque, che il giovane cantante ha superato in modo brillante e senza problemi. Persona di grande affabilità e simpatia, alieno da qualsiasi divismo, Raffaele è ormai ben più di una promessa: è una eccellenza italiana in un settore della cultura che dovrebbe essere sempre più tutelato e rilanciato. 



Come è avvenuto il tuo avvicinamento alla musica lirica?

 

Non posso dire di venire da una famiglia di melomani, anche se in famiglia la musica - colta o meno - ha sempre ricevuto una grande attenzione. Dai canti degli Alpini per parte paterna alla grandi arie liriche che la nonna ascoltava alla radio, il mio panorama musicale originario è stato molto vario. 

Per il teatro ho sempre nutrito grande rispetto, come un sentimento ingenuo e innato che quello fosse un luogo straordinario, riservato ai veri artisti, un luogo affascinante per emozioni grandi. 

Più avanti in età, al bivio tra una carriera tradizionale e il canto, ho scoperto i grandi ruoli eroici delle opere serie di Handel e fu amore al primo ascolto. 

Quale intuizione pensare che la voce umana possa dipingere una così grande varietà di registri, di colori, di sentimenti! E quale stupore ascoltare un suono così suadente uscire dalla bocca di guerrieri spietati e senza scrupoli, da eroi e principi! 

La cosa andava approfondita e compresa a fondo, non tanto per il suo aspetto tecnico, ma per il suo senso nell'orizzonte estetico attuale, per il teatro, ma anche per la vita.


Qual è il tuo metodo di studio e di preparazione?


Come interprete amo avvicinare un ruolo e un'opera senza pregiudizi, senza troppo dare peso a esecuzioni precedenti (ove queste siano disponibili), ma ascoltando il compositore come se stesse scrivendo per me, immaginando cioè il modo in cui meglio io possa esprimere una certa caratteristica della mia voce attraverso le sue note. In particolare per la musica barocca, che mi trovo spesso a eseguire, vedo lo spartito più come un canovaccio che come un dettato, un luogo in cui da un lato ciò che è scritto è irrinunciabile e dall'altro è fonte di creatività e talvolta trasgressione.

Ma ancora prima di tutto questo viene la qualità del suono che da un punto di vista tecnico alimento con un'assidua attività fisica e allenamento quotidiano. 



Le opere del sei e del settecento sono, per tutta una serie di ragioni ben note agli studiosi, particolarmente difficili nella interpretazione sia strumentale che vocale.  Questo costituisce per te uno stimolo o un problema? 


Assolutamente uno stimolo! Ogni scrittura presuppone un'interpretazione e quindi un potenziale travisamento...Un rischio che si deve aver il piacere di correre ai fini dell'espressività.

Noi interpreti attuali proponiamo, grazie all'insostituibile aiuto degli studiosi, un'espressività informata, che scaturisce cioè da una ricerca costante sulla cosiddetta "prassi". 

Gli esiti saranno sempre diversamente soddisfacenti perché verosimili e non realistici, tuttavia rilevanti - io dico - in parte perché documentano la nostra arte attuale, e in parte perché volontariamente danno nuova vita a un'opera nel cosciente superamento di un passato altrimenti inerte. Nel tentativo di rievocare, in realtà ci rigeneriamo ogni volta, diamo nuovo significato, diamo rinnovato respiro a una scrittura fissa. 

Non è forse così che sono nate incisioni leggendarie del barocco come il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi diretto da Gardiner, oppure le Leçons des Ténèbres di Couperin di Gerard Lesne o ancora L'orchestre de Luis XIV di Jordi Sawall? Tutti clamorosi travisamenti, e al tempo stesso straordinarie visioni...

Fin dove si spinge il tuo repertorio?


Ovunque la mia vocalità possa dare senso artistico a un'opera...

A parte gli scherzi, trovo interessante come la mia vocalità, alla luce del rinascimento moderno iniziato nel dopoguerra da Alfred Deller sia stata destinata a contesti fino a allora considerati impensabili.

Che un controtenore calchi le scene di un'opera moderna fu una novità introdotta proprio da Britten con Deller, e il fatto che oggi i ruoli maschili nell'opera barocca siano diventanti appannaggio dei controtenori non è cosa del tutto scontata. 

Mi interessa continuare in questo solco, ridando voce ai ruoli maschili per lungo tempo concepiti en travesti, alla luce del valore aggiunto che una vocalità come la mia può conferire loro, siano essi classici o attuali. 

E aggiungo a queste due categorie anche "storici": ho recentemente registrato la parte dell'evangelista nella neo-riscoperta Passione secondo Giovanni di Gaetano Veneziano (che presenterò al Concertgebouw di Amsterdam nel 2018 per la direzione di Antonio Florio), parte che fu sostenuta al tempo da un prelato della cappella reale di Napoli, forse un controtenore ante litteram...

Classicismo e Modernità sono quindi gli estremi, Monteverdi e Britten i capisaldi, in mezzo c'è Vivaldi, Handel, Mozart, Rossini, Bellini, Schubert, Fauré, Debussy, Adams, Benjamin Sciarrino...



Quali sono i tuoi autori preferiti? 

 

Si parte inevitabilmente da Monteverdi, anche se vocalmente ho una particolare predilezione per Vivaldi, un autore che credo dovrebbe essere considerato con ancora maggiore serietà dall'intelligentia contemporanea.

Non posso non nominare almeno alcuni degli antenati veneziani come Cavalli, Ziani, Ferrari.

Amo la scrittura di Handel alla quale la storia ha riservato stima profonda senza soluzione di continuità (Montale incluso...)  e tra i romantici, oltre ai mostri sacri, la palma va senza dubbio a Schumann nelle cui composizioni non riesco a trovare macchia. 

Molti sono anche i contemporanei che ammiro, la spettacolare scrittura di Berio, le intuizioni di Maderna, Scelsi e Donatoni, e tra gli attivi sono rimasto molto colpito dalle opere di John Adams. 



C’è qualche  spettacolo che ricordi con particolare piacere?


Diversi sono gli spettacoli che considero "memorabili", alcuni visti e altri solo immaginati: per citarne alcuni L'Orfeo di Poliziano, La finta pazza al Teatro Novissimo a Venezia, le "conversazioni" di Handel per i Ruspoli a Vignanello, la prima delManfred di Schumann a Lipsia, Appia alla scala e le serate milanesi di Marinetti. Penso oggi all'Orfeo di Monteverdi nell'incredibile messa in scena di Trisha Brown. Ho amato l'Odissea omerica nella proposta visiva e acustica insuperabile di Bob Wilson, gli spettacoli di Carmelo Bene, la classicissimaAida di Zeffirelli per l'Arena di Verona (tra le prime opere a cui ho assistito dal vivo)...E poi McVicar, Vick e Carsen - straordinario il suo Midsummer Night's Dream di Britten per Aix en Provence - grandi visionari dell'opera lirica nel tempo attuale.


Quali sono tuoi prossimi impegni e quali i tuoi “sogni”?  


Sono in partenza per gli Stati Uniti, precisamente per New York dove prenderò parte a un concerto dedicato alle opere di Monteverdi a Carnegie Hall per la direzione di Leonardo Garcia Alarcon, insieme a un interessante cast di giovani promesse della lirica internazionale. L'impegno operistico principale dell'anno sarà invece al festival di  Glyndebourne in Inghilterra dove sosterrò il ruolo di Linceo, co-protagonista della Ipermestra di Cavalli, per la direzione di William Christie e la regia di Graham Vick. Infine quest'anno sarà l'anno della registrazione del mio prossimo disco solista dedicato al Settecento e all'opera, una novità per la mia discografia.

Tra i desiderata restano ancora il ruolo titolo nell'amato Giulio Cesare di Handel, ma anche alcune sperimentazioni in campi meno tradizionali seppur eletti per la mia voce come il Tancredi di Rossini o Mozart.



La crisi della cultura colpisce particolarmente il mondo della musica “colta”. Cosa ne pensi e quanto questo influisce sul tuo lavoro?


Trovo che la riduzione delle risorse finanziarie destinate al mondo dell'opera e della classica stia significativamente mutando il modo in cui questo lavoro si realizza. Se da un lato la qualità degli spettacoli rimane molto alto, soprattutto credo per la passione e la professionalità degli artisti, dall'altro quello che preoccupa di più è il pubblico e la società intorno che non sempre sembra intuire il teatro come un'opportunità non solo culturale, ma anche sociale, politica ed economica. Non esiste economia senza una cultura di riferimento! Questo quello che cerco di far comprendere agli sponsor che occasionalmente sostengono i miei progetti e quelli della realtà artistica da me guidata La Lira di Orfeo (www.laliradiorfeo.it). La responsabilità resta comunque in mano a noi artisti e ai direttori artistici che hanno il dovere oggi di saper comunicare tutto questo.



Molti dicono che il teatro d’opera non è fatto per giovani. Anche sulla base della tua esperienza, pensi che sia vero?


Nell'arte, sono sempre stato attratto dall'antichissimo e dal modernissimo, in particolare dalla tensione che la relazione tra i due estremi possa creare. In questo senso credo fermamente che il teatro, invenzione italiana per eccellenza, sia uno dei luoghi di elezione dove l'arte attuale ancora può prodursi in forme inattese e affascinanti, a beneficio della compagine culturale e della nostra società intera. Per questo il teatro non può che essere frequentato e rigenerato da forze giovani che, a contatto con la tradizione, ne sapranno attualizzare le narrative e gli istituti con intenzioni nuove. Questa perlomeno è la mia esperienza e il mio augurio per la generazione che verrà.

 

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