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OPERA DI FIRENZE.

Firenze: L’ultimo Mozart dietro la lavagna. Luci e ombre di una interpretazione.

Il Flauto Magico con la regia di Damiano Micheletto riempie il teatro con un buon successo, ma la messa in scena fa discutere.

di Domenico Del Nero

Firenze:  L’ultimo Mozart  dietro la lavagna. Luci e ombre di una interpretazione.

Di “magico” non c’è rimasto moltissimo (musica di Mozart a parte, ovviamente). La regia di Damiano Micheletto del Flauto Magico, in scena in questi giorni all’Opera di Firenze  ha diviso il pubblico – ma soprattutto la critica – in entusiasti e sconcertati.  L’idea di ambientare l’opera in un’aula scolastica (ma com’è che ultimamente tali ambienti  raccolgono tanto successo sui palcoscenici lirici? Che sia un altro degli imprevedibili  effetti della molto cosiddetta “Buona Scuola”?) può anche avere, sicuramente le sue motivazioni, che il regista ha peraltro ampiamente documentato, parlando di un percorso “formativo” e di conflitto tra istruzione laica e istruzione religiosa, messo in particolare evidenza dalla rivoluzione francese (in atto ormai da due anni quando fu rappresentata l’opera per la prima volta. ).  Certo, questa caratterizzazione “manichea” dei due modelli, per cui quello laico è tutto positivo e quello laico tutto negativo, stride un po’ con la realtà storica di quel periodo: non si dimentichi che la rivoluzione francese rappresentò per molti aspetti un fallimento degli  ideali dell’Illuminismo stesso e che proprio la rivoluzione partorì crudeltà, fanatismi ed efferatezze che avrebbero probabilmente profondamente disgustato Mozart, se non fosse morto troppo presto per venirle a conoscere in dettaglio. Così come leggere l’opera come un conflitto tra “laicismo” e spirito religioso appare quantomeno forzato e probabilmente estraneo dalle intenzioni del compositore, nonostante la sua ben nota e forse sin troppo sottolineata affiliazione massonica; anche se nella lettura di Micheletto l’elemento massonico non compare affatto.   

Comunque sia: 'idea di base è quella di considerare il Flauto magico come un'opera che parla soprattutto di istruzione e crescita intellettuale, senza rinunciare agli elementi  fiabeschi (quando non addirittura fanciulleschi) nel libretto ben presenti. . Il Singspiel viene così trasportato da un “esoterico” Antico Egitto, tanto caro all’immaginario settecentesco,  alle aule di una scuola  in cui Taminoè studente, Papageno bidello, Sarastro  preside un forse un po’ barbogio ma saggio, Monostratos una specie di bullo, e tre Dame tre suore e Astrifiammante  mamma e prof degna dei peggiori incubi di ogni studente. E  il palcoscenico  è occupato proprio da una sorta di aula scolastica con una gigantesca lavagna  che è in realtà uno schermo dove danzano immagini di vario tipo  (una specie di … lim): dal serpente della prima scena ad ancor più inquietanti formule matematiche, a frasi latine di sapore vagamente alchemico . Ma all’improvviso la parete  si solleva  ed ecco un bosco sinistro ( quasi un passaggio ideale dalle fredde nozioni alla comprensione della natura), in cui il mondo degli adulti introduce Tamino alla conoscenza. [1]

Nessun dubbio che si tratti di una lettura meditata e ricca di spunti anche interessanti accanto ad altri decisamente più discutibili (come il Papageno – bidello, nonostante la simpatia del personaggio e anche della sua compagna … di pulizie e poi di vita) e certo non priva di tocchi di simpatico umorismo. Ma soprattutto nel primo atto, rimane l’impressione di un che di intellettualistico e forzato, che “gela” francamente le aspettative del pubblico; il secondo invece risulta già più scorrevole e movimentato. Discrete le scene di Paolo Fantin (soprattutto la foresta) , ottimo il gioco di luci di Alessandro Carletti.

Venendo alla parte musicale, la direzione di Roland Böer  non ha dato emozioni particolari ma  non è stata certo neppure deludente: dopo un’esecuzione scattante e vitale dell’ouverture, la sua conduzione si assesta  in una lettura accurata e precisa, che rivela sicuramente eleganza e mestiere, ma che solo raramente si accende di quella vitalità e di quella ricchezza di colori che contraddistingue il capolavoro mozartiano. Nel complesso comunque l’Orchestra e il Coro del Maggio hanno avuto modo di rivelare la consueta e consumata esperienza e maestria, sotto una direzione sicura e capace. Per quanto riguarda gli intepreti  (la recensione si riferisce al secondo cast) il  Tamino di Leonardo Cortellazzi  rivela un discreto mestiere, ma un timbro un po’ opaco e un fraseggio non impeccabile. La Pamina di Anna Gillinghamha una voce fresca e gradevole, con una discreta dizione ma non molto brillante nelle agilità.  Olga Pudova(Regina della Noitte in tutte le recite) ha forse deluso un po’ nella prima aria, mentre è stata applauditissima (e a ragione) in quella più celebre del secondo atto, dove ha dato prova di una agilità e di un virtuosismo davvero degni di nota, anche se la dizione non era sempre impeccabile. Il  basso Goran Jurić è stato un Sarastrodignitoso anche se non particolarmente entusiasmante, mentre il Papageno di Christian Senn ha brillato forse più per simpatia che per doti vocali.

Lo spettacolo è stato comunque accolto con interesse e con caldi applausi da un pubblico che è sempre numeroso in ogni recita; e questo è un dato sicuramente positivo e confortante.

Ultime repliche: martedì 28 e mercoledì 29 marzo, ore 20.



[1] Per la dettagliata presentazione dello spettacolo cfr http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=8722&categoria=1&sezione=8&rubrica=8  

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da massimo.fazzari il 27/03/2017 15.22.24

    Ho trovato la regia di Michieletto , di cui ho avuto la sfortuna di assistere ad regie, completamente svbagliata e noiosetta. Se vuole , narcisisticamente, mettere in atto le sue elucubrazioni, componga una sua opera ma non violenti i capolavori altrui. Credo sia ora di smetterla con queste regie che stravolgono le intenzioni di grandi musicisti per far posto a mediocri egocentrici.

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