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FIRENZE: teatro della Toscana.

Medea di Euripide, dal quinto secolo a.c. ai giorni nostri

Al teatro della Pergola Gabriele Lavia propone la sua lettura del capolavoro di Euripide.

di Domenico Del Nero

Medea di Euripide, dal quinto secolo a.c. ai giorni nostri

Accetterei di stare in campo, là, sotto le armi, per tre volte, piuttosto che figliare solo una volta.

 

Assassina dei propri figli. Medea è passata alla storia come una sorta di donna-mostro per eccellenza e in effetti le ragioni non mancano: prima della prole, aveva fatto fuori il fratello Apsirto per aiutare Giasone nella conquista del vello d’oro. Né con i parenti del futuro sposo si era comportata meglio: è vero che Pelia, zio Giasone, aveva mancato di parola e non aveva ceduto al nipote il trono in cambio del fatidico vello d’oro; ma  era una buona ragione per convincere le figlie del re a farlo a pezzi e bollirlo, con il  finto pretesto di farlo ringiovanire tramite la arti magiche in cui era maestra?

Insomma, non è proprio la “brava ragazza” che tutti vorrebbero per nuora, al massimo andrebbe bene come … suocera; e il sommo Aristofane, nelle Rane, rinfacciava ad Euripide di aver portato simili personaggi sulle scene tragiche. Eppure, nonostante sia uno dei personaggi più sconvolgenti  del mito greco (anche se non certo il solo), Euripide non si ferma alla “superficie” e ne fa uno dei suoi personaggi più affascinanti e complessi, cercando di ricostruirne l’animo tormentato e dilaniato tra furor vendicativo nei confronti del marito Giasone, che sta per ripudiarla per contrarre, a Corinto dove si trovano in esilio, un matrimonio più vantaggioso, e  istinto materno: decide infatti di uccidere i figli sia per vendetta che per non lasciarli in balia del padre. Ma la sua collera non si ferma qui …..

Rappresentata per la prima volta nel 431 a.c. parte come di consueto di una tetralogia, Medea non piacque più di tanto, tanto che nel concorso tragico si classificò solo terza, dietro Sofocle e il figlio di Eschilo. Eppure è uno dei capolavori indiscussi del grande tragediografo, sia per la potenza del personaggio (a cui fa da contraltare uno sbiadito e insignificante Giasone, chiuso nel suo stolto e crudele egoismo) sia per la lucida analisi della condizione femminile de suo tempo, tema che stava particolarmente a cuore ad Euripide:

Noi donne, fra tutti gli esseri animati e dotati di senno, siamo certo le creature più misere. Da prima con un'enorme quantità di soldi è necessario acquistarsi un marito, prendersi uno che si fa padrone del nostro corpo. Ma c'è assai di peggio (…): prendersi un uomo tristo o un galantuomo. Che non fa onore a una donna il divorzio nè, d'un marito, è lecito il ripudio. (…) L'uomo,se si stanca di stare insieme alla gente di casa, esce e vince la noia. Ma per noi non c’è che fare, c’è un’anima sola a cui guardare …”

 

Così lamenta Medea la sua sorte nella prima scena di un dramma che ha attraversato i secoli e che arriva martedì al Teatro della Toscana (18-23 aprile)  sul palcoscenico della Pergola, nella traduzione di Maria Grazia Ciani e l’adattamento di Gabriele Lavia; Medea sarà Federica di Martino, Simone Toni Giasone. La produzione è quella della Fondazione Teatro della Toscana, la regia di Gabriele Lavia; Mario Pietramala è Creonte, Angiola Baggi la Nutrice, Giorgio Crisafi il Pedagogo, Francesco Sferrazza Papa il Messaggero.

Figure di importanza fondamentale per la trama, quali i figli della coppia, interpretati da Sofia De Angelis e Giulia Horak, sono continuamente presenti (tanto nei discorsi dei personaggi quanto sulla scena), senza però mai esprimersi direttamente. Euripide intende avvolgerli in un’atmosfera drammatica, come per mostrare al pubblico il terribile destino cui vanno incontro.  “Ho dato alla storia un’ambientazione contemporanea”,  dichiara Gabriele Lavia, “ho traghettato Medea dal V secolo avanti Cristo a oggi, ho seguito quel procedimento di traslazione e di traduzione-tradizione che rende contemporanea un’opera arcaica. Non credo si possa fare uno spettacolo andando a ritroso nel V secolo e rimanendo là. Bisogna andarci per poi tornare ai nostri giorni. Gli attori sono vestiti in modo normale, come noi, e poi ho eliminato tutti gli dei dalla scena per l’impossibilità di rappresentare il concetto di Dio, che per i greci era assolutamente diverso da quello dei cristiani. Noi abbiamo un solo Dio e sta in cielo, i greci ne avevano un’infinità e vivevano tra gli uomini”.

 

Una interpretazione contemporanea per un dramma  senza età.  La scenografia è di Alessandro Camera, i costumi sono di Alessio Zero, le musiche di Giordano Corapi e Andrea Nicolini, le luci di Michelangelo Vitullo.

18 – 23 aprile | Teatro della Pergola

(ore 20:45, domenica 15:45)

Fondazione Teatro della Toscana

MEDEA

di Euripide

traduzione Maria Grazia Ciani

adattamento Gabriele Lavia

con Federica Di Martino, Simone Toni, Mario Pietramala, Giorgio Crisafi, Angiola Baggi, Francesco Sferrazza Papa

e con Sofia De Angelis, Giulia Horak

coro Barbara Alesse, Ludovica Apollonj Ghetti, Silvia Biancalana, Maria Laura Caselli, Flaminia Cuzzoli, Alice Ferranti, Giulia Gallone, Giovanna Guida, Katia Mirabella, Sara Missaglia, Marta Pizzigallo, Malvina Ruggiano, Anna Scola

scenografia Alessandro Camera

costumi Alessio Zero

musiche Giordano Corapi e Andrea Nicolini

luci Michelangelo Vitullo

assistente alla regia Lorenzo Terenzi

regia Gabriele Lavia

 

 

 

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