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TEATRO DELLA TOSCANA

GABRIELE LAVIA: MEDEA O LA DEVASTAZIONE DEL FUROR

Ottimo successo alla Pergola di Firenze di una regia forte e moderna ma tutt'altro che fuori luogo; o fuori tempo.

di Domenico Del Nero

GABRIELE LAVIA:  MEDEA O LA DEVASTAZIONE DEL FUROR

Medea - Federica Di Martino_ ph. Tommaso Le Pera

“Non si può fare uno spettacolo andando a ritroso nel V secolo e rimanendo là. Bisogna andarci per poi tornare ai nostri giorni”. Parola di Gabriele Lavia, che ripropone  da ieri sino a domenica alla Pergola – teatro della Toscana la sua Medea di Euripide, già rappresentata due anni fa all’anfiteatro romano di Fiesole.  E per la verità, nella trasferta dalla gradinate di pietra all’elegante cavea della Pergola, l’allestimento qualcosa ci rimette, anche se solo sul piano scenografico e musicale: il commento sonoro di Giordano Corapi che in alcuni tratti riproduce con cupi boati il dilagare senza freni della follia delittuosa, è sicuramente molto suggestivo, ma nello spazio chiuso del teatro è sin troppo …. rimbombante. E la scabra, lignea scenografia di Alessandro Camera, che riproduce un ambiente di una casa ”qualunque”, con quello scroscio d’acqua che rimanda a purificazioni lustrali tipiche della “civiltà di colpa”, era molto più a suo agio tra le colline fiesolane.

Ma sono dettagli minimi . Rimane la potenza di uno spettacolo che sicuramente “viene da lontano”, ovvero viene da Euripide: il tragico che più di ogni altro sondò nel mondo antico gli abissi del cuore umano, ma anche la solitudine e la devastazione di chi non è considerato “normale”:[1] Medea è donna, barbara e straniera e quel che è peggio una donna colta, maestra di arti arcane. E Giasone, sicuramente il più “antieroe” dei tanti personaggi creati dal mito greco, non esita a rinfacciarle la sua barbarie in nome di una “grecità” che certo qui non fa miglior figura: una crudeltà pi garbata e manierata, ma non per questo meno totale.

Lavia tutto questo lo sa benissimo e lo rende prima di tutto da uomo di teatro, con una regia forte, devastante, che prende lo spettatore per il petto e lo mette difronte allo scatenarsi una violenza inaudita: ubris contro logos (o furor contro ratio, se si preferisce) dove comunque è sempre il primo termine a vincere,  o perché il secondo è troppo debole o perché viene ridotto a vuoto sofisma, a sua volta strumento di sopraffazione perché vuole semplicemente ribaltare la realtà dei fatti: così Giasone vuole convincere Medea che l’ha tradita e piantata … per il suo stesso bene.

Certo, non ci sono personaggi “positivi” in questa tragedia. Sia Euripide che Lavia cercano di capire Medea, di non farne solo un mostro o perlomeno non l’unico: il vile, opportunista, sofista Giasone non è certo migliore di lei.  “Medea è un personaggio cupo e senza speranza, vittima di una passione amorosa smisurata (…) Medea è la tragedia delle tragedie, Euripide la scrive nel V secolo a.c., eppure è una tragedia attuale; in particolare, si tratta di una figura femminile fuori misura” Così la bravissima Federica de Martino, che ha dato voce e corpo a un personaggio davvero “smisurato”, che si muove e smania sulla scena con la forza terribile di una menade, straziata dal dolore e dalla furia, ma che sa anche trovare accenti umanissimi nei confronti di quei figli che pure alla fine ucciderà (e Lavia, a differenza di Euripide e di Orazio, vuole che “Medea uccida i figli sulla scena, anche se il delitto è compiuto con una sorta di tenerezza che lo rende un tragico – ma quanto attuale! -  ossimoro). Qualcuno potrebbe trovare per l’appunto fuori di misura una recitazione quasi sempre giocata su tinte molto forti; ma a parte il fatto che è il personaggio stesso a richiederlo, dobbiamo liberarci dall’idea del teatro greco come un qualcosa di misurato e compassato: basterebbe una attenta lettura della Poetica di Aristotele a smentirlo, o anche considerare testimonianze antiche, come quella che ci parla di donne che abortirono alla prima rappresentazione di una tragedia eschilea; e si trattava per l’appunto di Eschilo …

Simone Toni ha dato vita a un Giasone opportunista e petulante, vigliacco nella sua arroganza quando pensa di avere il coltello dalla parte del manico e una maschera di dolore quando invece gli si ritorce contro la lama.  Una resa perfetta, senza alcun dubbio. Buone anche le parti minore, compreso il coro che con la sua lentezza ieratica fa da contraltare all’agitazione convulsa della protagonista. Tra i personaggi minori – tutti comunque all’altezza di ruoli che sono sempre e comunque molto “difficili”spicca la nutrice di Angiola Baggi, forse il personaggio più “socratico” che invano cerca di opporre raziocinio e moderazione (che però è quasi sempre rassegnazione) al dilagare del furor.

I costumi di Alessio Zero sono senza dubbio moderni senza però essere irritanti e sono del tutto adeguati a una messinscena che ricerca e ottiene un effetto “atemporale”; perfetto il gioco di luci e di ombre, anzi di tenebre, di Michelangelo Vitullo.  Spettacolo senza dubbio da vedere e da gustare  (ma … attenzione, come un liquore forte, non come un garbato amaro)  che il folto pubblico presente in sala ha giustamente apprezzato e applaudito.

Prossime repliche: da oggi sino a domenica 23 aprile (ore 20,45, domenica 15,45)



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