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Editoriale

Nelle elezioni vince sempre la paura di qualcosa di ignoto, forse bisognerebbe aver paura anche del noto.

Considerazioni sul voto francese e sulla situazione italiana in vista di possibili(?) elezioni

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

arga vittoria di Macron e la prevista sconfitta del Front National di Marine Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi pongono una serie di interrogativi e forniscono una serie di spunti di riflessione non solo per gli scenari della politica transalpina, ma anche per quelli italiani e, in generale, per il futuro dell’Unione Europea.

Intanto, lasciamo da parte gli inni di ringraziamento per lo scampato pericolo (quale?) e i peana celebrativi di una vittoria tutta da decifrare, ad esempio nella prospettiva delle imminenti elezioni legislative di giugno; ma lasciamo da parte anche lo sconforto e i tentativi di spiegazione e di limitazione della sconfitta da parte del fronte “sovranista/populista” (ad esempio, appare consolatorio, ma sterile l’argomento “è stato un tutti contro uno”, o l’altro “c’è pur sempre un terzo dell’elettorato che ha votato per “noi”).

Ogni ragionamento sulla persistenza e le trasformazioni del principio di rappresentanza non può che partire dalla corrispondente persistenza e dalle trasformazioni dei blocchi sociali in ciascun paese. In Francia, si è detto e ripetuto, l’elettorato operaio ha votato in netta maggioranza per il Front; e analoga constatazione è stato possibile fare per quanto riguarda gli agricoltori e i ceti meno acculturati, mentre Macron ha raccolto i consensi delle classi colte metropolitane, dei pensionati e, con un paradosso apparente, dei giovanissimi; quanto ai diseredati delle banlieue e, in genere, agli immigrati ed agli emarginati, essi hanno ingrossato le fila di quello che, anche oltralpe, è il secondo partito: la massa delle astensioni e delle schede bianche. Non è senza significato – e senza conseguenze – che i blocchi sociali difesi dal FN siano, non solo in Francia, quelli perdenti.

La mancata convergenza dei consensi di estrema sinistra e di estrema destra (di Marx a braccetto con Nietzsche, ha scritto qualcuno) sconta invece la persistenza del pregiudizio antifascista, in vigore anche in Italia, ma non solo. Aggiungiamo il peso di un altro pregiudizio: quello concernente l’Europa. Nessuno dei media ha voluto registrare le dichiarazioni della Le Pen – ma poi di nessuno dei leader “populisti” – a proposito dell’Unione Europea: non si tratta di ritornare ad un semplice ed anacronistico nazionalismo, non si tratta di predicare alcun “exit”, né d’invocare la chiusura delle frontiere contro i flussi migratori; sia il Front che gli altri movimenti populisti – inclusi, con i distinguo del caso, la Lega, Fratelli d’Italia e gli stessi “5 Stelle” – hanno sempre parlato di un’altra Europa, capace non di erigere muri, ma di sorvegliare le porte; e queste parole d’ordine hanno mostrato la loro efficacia, al punto da suscitare le critiche  perfino dei cosiddetti europeisti, con Macron e Renzi in prima fila, fra coloro che sostengono di voler cambiare le cose d’Europa. Li vedremo alla prova dei fatti.

Altra considerazione in tema di paura e di speculazione politica sulla medesima: non sembra azzardato affermare che anche in Francia – come già nelle recenti consultazioni elettorali in Austria e Olanda – abbia vinto la paura dell’ignoto, cioè di un governo affidato ai populisti, attori nuovi e chiassosi sulla scena politica, e questo è stato il tam tam di tutti i media, di tutti i centri di potere (compresi quelli rappresentati da cantanti, attori scrittori e stelle varie); come si vede, non c’è soltanto la speculazione sulla paura degli immigrati (l’unica però agitata e deplorata dai media…).

Errori della Le Pen (anche in funzione di quelli da evitare da parte delle corrispondenti forze italiane)? Forse il primo consiste nel non aver raccolto in pieno i tanti motivi dello scontento seminati dal duo Hollande/Valls (peraltro non senza la corresponsabilità – oscurata/dimenticata - dell’allora ministro dell’economia Macron…), a partire dalla versione transalpina del renziano job act, che pure aveva portato in piazza, a più riprese, milioni di cittadini contrari; si aggiunga il comportamento ambiguo proprio in materia di Europa (e di euro), ma, soprattutto, una certa genericità di visione a sostegno del quadro sovranista e l’assenza di proposte concrete per la riforma – non l’abolizione! – dell’Unione Europea (di passata, è a tutti noto che un’Istituzione – e anche uno Stato, cioè quello che non è l’UE – si riforma dall’interno, non certo uscendone). Senza contare che la campagna del Front non sembra aver illustrato a sufficienza quel suo proclamato collocarsi né a destra né a sinistra, magari individuando temi concreti di convergenza con il partito di Mélanchon.

Quanto alle prospettive immediate, non va dimenticato che buona parte dei consensi di Macron non gli appartengono, ma sono da interpretare, al solito, in funzione anti-Front National, e una simile conventio ad escludendum potrebbe avere meno capacità attrattive in occasione delle prossime elezioni politiche, dove saranno in lizza almeno cinque partiti, in uno scenario molto frastagliato. Certo, per l’Italia, sempre pronta ad acclamare i vincitori stranieri (ieri Clinton e Obama o, sul fronte avverso, Cameron e Trump), ci sarà una probabile delusione alle viste, soprattutto in conseguenza del probabilissimo accordo Francia-Germania, sulle spalle dei paesi mediterranei, Italia in primis.

A proposito poi di paesaggi frastagliati e dei partiti “tradizionali” in crisi, anche da noi il sopravvenuto tripolarismo, coniugato con un sistema elettorale proporzionale, minaccia incertezze sulla rotta e le capacità operative del prossimo governo: laddove la presa ideologica viene meno, infatti, il dialogo tra formazioni politiche non può che svolgersi sul terreno degli interessi, spesso di corto respiro, e della conquista/condivisione/mantenimento del potere. Questo vuol dire che è sempre più vero il motto “si governa dal centro”? A nostro avviso, si governa sulla base di programmi che derivano da visioni del mondo, intorno ai quali è necessario lavorare per creare e accrescere il consenso, indipendentemente da una collocazione su coordinate e ascisse – destra/sinistra/centro – sempre meno rispondenti alla realtà sociale.

Per attenerci poi alle – modeste – cose di casa nostra, una rinnovata alleanza tra moderati ed estremisti di centro-destra potrà forse garantire un successo elettorale, ma non consentirà di governare in maniera coerente ed efficace – come del resto si è già visto – essendo inconciliabili le visioni di chi, da un lato, predica liberismo economico e libertarismo in materia di diritti civili e pratica insensibilità per la cultura in genere, e per quella nazionale in particolare, e dall’altro, con chi aderisce ad una visione solidarista – non solo di matrice cattolica – e privilegia, ad esempio, la tutela della famiglia e il principio di autodeterminazione dei popoli, sia pure all’interno di un quadro europeo. Non a caso, abbiamo registrato, da parte del leader di Forza Italia, il tifo per Macron e la presa di distanze dal Front National.

Un’ultima notazione sul cambiamento di nome alle formazioni politiche: quella preannunciata da Marine Le Pen e quella suggerita da alcuni commentatori politici per la Lega. Se il Nome è la Cosa, cambiarlo ha senso ed efficacia solamente nel caso di un effettivo, corrispondente mutamento della Cosa, con l’adozione di nuove strategie e magari di nuovi dirigenti, fermi restando i valori.

 

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