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FIRENZE: teatro della Toscana.

AUX ARMES CITOYENS: in scena processi e patiboli della grande rivoluzione

Alla Pergola buon successo della morte di Danton, malgrado la lunghezza forse un po' eccessiva, grazie anche all'ottimo allestimento.

di Domenico Del Nero

  AUX ARMES CITOYENS: in scena processi e patiboli della grande rivoluzione

Danton e Robespierre (G. Battiston e P. Pierobon, ph. Mario Spada)

Un processo alla rivoluzione? La morte di Danton di Georg Büchner, in scena in questi giorni al teatro della Pergola, teatro della Toscana, presenta in effetti una visione agghiacciante di un evento che è sempre stato ed è tuttora in parte magnificato dalla storia.[1] E il giudizio negativo non sembra limitarsi al periodi più cupo, quello del “Terrore” in cui ha luogo la vicenda rappresentata, ma in generale su un moto che nato per abolire disuguaglianze e un  “dispotismo” che per la verità, soprattutto se riferito al Luigi XVI, appare molto meno duro e ben più tollerante del regime inaugurato dalle “radiose giornate” del 1789.

Ma queste sono questioni da storici.  Il dramma di Büchner  (1835) riflette se mai la delusione e il crollo tipicamente romantico delle speranze e illusioni suscitate dalla rivoluzione.   Alla messinscena del Teatro stabile di Torino, con la regia di  Mario Martone, va anzitutto dato atto di avere reso con grande evidenza e icasticità  il clima evocato dal dramma: una Francia ancora libertina e spensierata, su cui però si stende inesorabile la “mano rossa” della repressione di chi, come Robespierre e Saint-Just è agitato da un feroce e bieco  puritanesimo: “ il Terrore è un distillato della virtù” , esclama a un certo punto l’incorruttibile.

“Stavo studiando la storia della rivoluzione. E mi sentivo come annientato dall’orribile fatalità della storia. Nella natura umana trovo una uguaglianza terribile, nei rapporti umani una violenza inevitabile, concessa a tutti e a nessuno”, scrive Buchner durante la gestazione dell’opera. E si badi bene che il giovane autore non era affatto un conservatore né tantomeno un “controrivoluzionario”; anzi partecipò lui stesso a quelle che potrebbero definirsi “attività sovversive” in a Strasburgo e in Assia.

Martone  traspone sulla scena il testo con una straordinaria forza d’impatto: 29 attori che si muovono in perfetta sintonia, attraversando anche la platea; scene “di massa” con rumori fuori campo, drappeggi  e sipari rossi che si aprono e si chiudono bruscamente: un rosso che, se nella prima scena può alludere al clima libertino,  assume col procedere del dramma un significato ben più cupo e sinistro.

Molto bella dunque la realizzazione scenica, i movimenti, la contestualizzazione storica;    molto efficaci e del tutto adeguati all’epoca storica  i costumi di Ursula Patzak e il gioco di luci di Pasquale Mari. decisamente  il regista e gli attori non potevano fare di più. Eppure, nonostante questo,  lo spettacolo soprattutto nella prima parte riesce un po’ faticoso:  più un’ora e quaranta minuti occupati a tratti da riflessioni ed elucubrazioni in parte certo avvincenti, ma a volte decisamente stancanti. Nel dramma di Büchner infatti, malgrado alcuni momenti molto avvincenti, c’è anche una prolissità che forse vuole rendere a la “retorica”  di cui i  rivoluzionari facevano largo uso, ma che non sarebbe male “sforbiciare” anche per permettere al dramma di sprigionare tutta la sua forza e la intensità. Straordinarie e avvincenti invece  le scene del processo a Danton e dei discorsi alla Convenzione.

E per quanto riguarda gli attori, innegabili la bravura e anche la perfetta sintonia con i personaggi interpretati: Giuseppe Battiston è un Danton ora lussurioso e indolente, ora tribuno dalla straordinaria vis oratoria, capace di mostrare una energia quasi sovrumana alternata a momenti di frustrazione fragilità: una grande interpretazione, sempre credibile e mai sopra le righe. Ma impressionante anche il gelido e scostante Robespierre di  Paolo Pierobon, che rende alla perfezione la spietata intransigenza di un “incorruttibile” che faceva della virtù un’arma di distruzione di massa, come il suo amico e complice Saint Just, ben reso nella sua irruenza e cinica violenza oratoria da Fausto Cabra.  Ma una menzione lodevole andrebbe fatta a tutti gli attori, sia agli amici di Danton che ai complici di Robespierre che ai “bravi cittadini”: Giovanni Calcagno, Michelangelo Dalisi, Roberto De Francesco, Francesco Di Leva, Pietro Faiella, Gianluigi Fogacci, Ernesto Mahieux, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Totò Onnis, Carmine Paternoster, Irene Petris, Mario Pirrello, Maria Roveran, Luciana Zazzera, Roberto Zibetti, Matteo Baiardi, Vittorio Camarota, Christian Di Filippo, Claudia Gambino, Giusy Emanuela Iannone, Camilla Nigro, Gloria Restuccia, Marcello Spinetta. Umanissima Iaia Forte nel ruolo della moglie di Danton.

“Stiamo parlando di una tessitura compositiva che, traslata sul palcoscenico e interpretata da attori con i quali si siamo subito capiti e con cui abbiamo intrapreso  insieme un viaggio nel testo, fa in modo di creare la vita in scena”, dichiara il regista.  Un viaggio forse un po’ lungo, ma che vale comunque la pena di compiere anche per aprire gli occhi su quello che continua a restare un “tabù” della cultura contemporanea, ovvero l’intangibilità della Revolution; e che il pubblico fiorentino non ha mancato di apprezzare.

Prossime repliche: da oggi a sabato ore 20,45, domenica 15,45.



[1]  Per la presentazione dello spettacolo cfr. http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=8775&categoria=1&sezione=8&rubrica=8

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