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Editoriale

FIRENZE, DARIO NARDELLA: UN SINDACO DA RECUPERARE

Una riflessione sui primi tre anni di mandato del primo cittadino di un patrimonio dell'umanità. Ma a quante città italiane si potrebbero estendere?

Lorenzo Somigli

di Lorenzo Somigli

passati tre anni dal 25 maggio del 2014 giorno delle elezioni comunali a Firenze. L'astensione fu considerevole, il risultato un plebiscito per il Centrosinistra: 111.000 voti che in percentuale ammontano ad un solido 59%. Si trattò di un'elezione più agevole per il Centrosinistra rispetto a quella del 2009 quando fu necessario il ballottaggio per designare il vincitore tra Matteo Renzi e Giovanni Galli. Al tempo vinse Renzi 60 a 40 (cifre curiose) e fu l'inizio di un'epopea politica conclusasi poi con l'incarico di Primo Ministro.

Mancano due anni alle prossime comunali: è tempo di bilanci. Come si può giudicare il mandato di Nardella fino ad ora?

 

L'investitura è stata considerevole, una premessa da mettere a frutto. Benché l'attuale sindaco abbia raccolto una copiosa messe di voti, benché il PD abbia ricevuto addirittura più voti rispetto al 2009, sembra che tra il popolo e il suo attuale sindaco non sia mai sbocciato l'amore. Tra il sindaco e la città c'è un rapporto tiepido forse persino anonimo.

Renzi aveva nelle sue corde numeri da vero mattatore della politica: scaltro, sempre armato di battuta pungente, un inimitabile affabulatore che seppe conquistare consenso e simpatia dentro e fuori Firenze, dentro e fuori il PD anche grazie ad iniziative di alto valore simbolico e di richiamo mediatico come la controversa pedonalizzazione. Sapeva muoversi a Palazzo Vecchio e al mercato rionale: intercettare l'umore senza perdere l'abito istituzionale. Nardella vive da tre anni all'ombra dei fasti renziani. L'eredità del golden boy Matteo Renzi è un pesante fardello. Cerca di emulare il suo paladino, rincorre la sua ombra, fa iniziative alla maniera di Renzi ma non ha il suo tocco magico, quella dote innata che Renzi ha e che pochi ad oggi hanno nel panorama politico italiano. Accordarsi la simpatia dei fiorentini, popolo fazioso e notoriamente incontentabile, non è semplice ma Nardella non ci ha mai provato: tutt'oggi lo si percepisce come un corpo estraneo alla città, non integrato, lontano dal fiorentino medio e questo è un limite non di poco conto per un politico.

 

C'è chi credeva che, dopo l'amministrazione del Matteo dei miracoli, Firenze non avrebbe avuto bisogno di grandi cure, che si sarebbe governata da sola e che quindi Nardella avrebbe dovuto limitarsi a lustrarla di tanto in tanto per non far sfigurare il Segretario: un sindaco maggiordomo insomma. La città è molto più malata di quanto si possa pensare, problemi e punti critici non mancano e anche l'eredità renziana non è senza lati oscuri come poteva sembrare ma Nardella non sembra capace di tenere le redini di Firenze.

 

È un periodo tutt'altro che positivo per Dario Nardella, gli eventi di cronaca lo colgono impreparato, lo travolgono, lui si abbatte perché pensava di avere una città malleabile ma così non è: dovendo dare risposte anche al popolo che non è andato a votare o che non è andato a votare per lui va in affanno. Anche Renzi a suo tempo dovette affrontare un momento drammatico come l'uccisione a sfondo razziale dei due senegalesi, dovette sorreggere una città scossa nel profondo ma riuscì a tenere saldo il timone della città e ad uscirne con fermezza, da vero politico.

Ogni qualvolta succeda un fatto che crea imbarazzo all'amministrazione, Nardella si fa piccolo piccolo, minimizza, ora chiede scusa ora incolpa  l'ufficio tecnico, promette di rettificare, promette di battere i pugni sul tavolo e così si procede spediti di polemica, sterile, in polemica senza mai un approdo concreto senza mai una reazione muscolare o un po' di sano decisionismo.

 

Quale battaglia politica vinta può ragionevolmente reclamare Nardella come tutta sua? Renzi decise di pedonalizzare il centro e lo fece: Nardella non ha mai compiuto qualcosa di analogo. Una volta in tutta onestà ci ha provato ma il risultato è stato politicamente disastroso. L'unica volta che ha preso una decisione di sua volontà ne è uscito delegittimato. Il sindaco dichiarò che la moschea, una vexata quaestio che non si è mai affrontato, sarebbe stata realizzata nella caserma Gonzaga aggiungendo, per placare le polemiche, che si sarebbe fatta lì perché lo diceva lui, sindaco, forte del suo mandato, ma intervenne l'ex sindaco Matteo Renzi e con un'intervista, evidentemente non concordata con il sindaco, disse che la moschea lì non si poteva fare per apparenti motivi tecnici. Di fronte alla comparsa di Renzi, Nardella batté subito in ritirata: dal punto di vista della legittimità politica è stata una Caporetto e anche il Partito Democratico ne ha risentito. Nella testa di ogni fiorentino è passata la domanda: chi comanda veramente in città? È ancora FiRenzi a quanto pare.

 

Sarebbe il caso per Nardella di fermarsi, di radunare le idee, di ritrovare lo spirito e la determinazione, di ripartire dopo tante battute d'arresto perché la città gli sta sfuggendo di mano e perché sta dando l'impressione, anche a chi lo ha sostenuto e votato, di non essere adatto al ruolo che attualmente ricopre. È un sindaco da recuperare politicamente e dopo la batosta della moschea anche psicologicamente, un sindaco che deve dimostrare cosa sa fare in più rispetto a chi lo ha preceduto.

 

Firenze non è una metropoli ma è una città in evoluzione che sta assorbendo problematiche globali come l'immigrazione, presenta criticità che purtroppo non si risolvono a suon di tweet o con fiumi d'inchiostro. In ordine sparso: alcuni rioni come San Jacopino e alcune strade come la centralissima via Palazzuolo sono realtà di frontiera; le cantierizzazioni simultanee hanno creato un volume di traffico immane; l'impatto del turismo di massa si fa sempre più  pressante; si susseguono scioperi delle categorie più penalizzate dalle scelte di Palazzo Vecchio; il degrado avanza e ogni singolo episodio è puntualmente documentato, pubblicato su quotidiani e condiviso soprattutto social network dove prosperano pagine dedicate al degrado fiorentino, veri e propri collettori embrionali del dissenso; opere pubbliche impattanti dal punto di vista urbanistico e ambientale portate avanti a rilento e senza un indirizzo gestionale preciso. Una città dove si deve intervenire, sapendo dove intervenire.

 

Un operato da rivedere che sta facendo spuntare delle crepe nel muro rosso, spazi politici che si allargano quotidianamente che le opposizioni potrebbero colmare se riuscissero a darsi una forma e a trovare un leader autorevole. Il terreno di coltura del dissenso non manca, manca il contenitore politico in grado di riunirlo, catalizzarlo e indirizzarlo in un'azione politica efficace: manca un'opposizione organizzata e pragmatica che sappia sfidare l'egemonia granitica del Centrosinistra inserendosi nelle falle aperte da un sindaco maldestro e disorientato.

Mentre i tempi della Politica si dilatano, le decisioni slittano, i problemi lievitano e nell'assenza di proposte politiche fattive i cittadini si organizzano dal basso, germogliano dovunque in città comitati formando una costellazione disorganica ma pervasiva e radicata che copre l'Oltrarno, il Centro storico, che si allarga fino alle Cascine, l'area Leopolda, Maragliano, Novoli, che accoglie San Salvi e Bellariva e che non di rado rimpiazza la Politica.

Sarà il civismo la risposta più efficace ai vuoti della Politica e alle lacune di Nardella o finalmente si paleserà un'alternativa credibile?

 

 

 

 

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