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tasse universitarie e dintorni

L'università di Firenze, la sinistra e il disfattismo studentesco: il merito deve restare un'eresia.

Un proposta - per una volta - intelligente e condivisibile suscita l'irata reazione dei soliti noti.

di Graziano Davoli

L'università di Firenze, la sinistra e il disfattismo studentesco: il merito deve restare un'eresia.

E’ stata annunciata, per il 28 Giugno, una mobilitazione da parte di gruppi studenteschi dell’ Università degli Studi di Firenze contro la direttiva ministeriale che ha introdotto alcune modifiche al sistema di tassazione universitario a favore degli studenti più svantaggiati economicamente. La direttiva in questione crea una No tax area per gli studenti con Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) uguale o inferiore a tredicimila euro a patto che siano in pari con gli studi e produttivi, ossia che abbiano acquisito un certo numero di crediti formativi universitari annui. L’ateneo dell’Università di Firenze ha proposto in Commissione didattica ai rappresentanti degli studenti di innalzare il livello massimo di Isee al di sopra dei tredicimila euro, scelta comprensibile se si pensa che nei conteggi figurano anche alcuni sussidi specifici come quelli di invalidità per i studenti disabili e di suddividere gli iscritti in tre gruppi d’identificazione: coloro che sono sia in pari con gli studi e produttivi che saranno compresi nella No tax area, quelli che sono o in pari con gli esami o hanno un numero sufficiente di crediti da essere ritenuti produttivi ed infine quelli fuoricorso ed improduttivi. Questi ultimi, in base ad un criterio di tassazione crescente, saranno costretti a pagare tasse più onerose.

Proprio quest’ultimo aspetto ha creato il dissenso di numerosi gruppi universitari tra i quali gli Studenti di Sinistra, Lista Aperta e CSX Firenze. Questi gruppi si sono espressi etichettandolo come una sanzione verso chi ha molti esami indietro, esordendo con esclamazioni del tipo: “L’università non può diventare un esamificio”, “d’ora in poi sarà fuoricorso solo chi potrà permetterselo”, “chi è in condizioni disagiate e magari è costretto a lavorare per poter studiare e per questo è rimasto indietro, verrà buttato fuori”. Queste polemiche sono state l’origine della manifestazione prevista per il 28 Giugno.

Fa sorridere vedere gruppi di studenti vicini alla sinistra o che dicono di esserlo, opporsi ad un provvedimento che ha il preciso intento di venire incontro a studenti più svantaggiati e al tempo stesso più volenterosi, che riportano buone votazioni e buoni risultati e che si laureano in tempi brevi. Se si legge con attenzione quanto affermato dalle sigle studentesche in questione, traspare che le loro preoccupazioni vadano piuttosto a chi finisce fuoricorso , usando l’università come parcheggio, piuttosto che come luogo di formazione e di costruzione del proprio futuro. Sembra quasi che confondano il diritto allo studio con il diritto alla pacchia. Tra gli studenti con Isee inferiore a tredicimila euro c’è sicuramente chi, per potersi mantenere agli studi, deve lavorare e nonostante tutto consegue buoni risultati, un’esenzione dalle tasse universitarie offrirebbe un valido aiuto a costoro oltre che un incentivo a investire ulteriormente sullo studio, senza dover per forza lavorare e dunque rendere al meglio delle proprie potenzialità. Ovviamente l’Università deve sostenere dei costi onerosi. Chi è indietro con gli esami, chi finisce fuoricorso o rischia di finirvi e chi si laurea in ritardo, grava inevitabilmente su queste finanze. Per creare una No tax area sarà opportuno recuperare altrove i soldi impiegati per queste spese ulteriori, il buonsenso suggerisce che sarebbe una cosa normalissima il fatto che queste ricadano sugli stessi che le hanno comportate. Non è classismo o discriminazione è un semplice principio di equità.

Nelle università, come in ogni altra circostanza della vita umana, è possibile giudicare l’impegno personale attraverso dati concreti e tangibili. Ossia vedendo quanti esami abbia dato, quali votazioni abbia conseguito e con quali tempistiche si sia laureato. Occorre giudicarne i meriti concreti ed individuali. Ed il merito, a prescindere da qualsiasi ideologismo, in una società equa e giusta deve sempre essere riconosciuto e premiato adeguatamente.

Dette queste poche cose, che sono di una normalità e di una banalità disarmanti, è opportuno rileggere ancora e per l’ennesima volta quanto affermato da questi signori. Una volta fatto, basta ricollegare tutte queste affermazioni alle proteste presso l’Ateneo milanese per capire che sotto a tante belle parole e buone intenzioni, si nasconde il caro vecchio disfattismo post sessantottino. Da un giusto principio di creare una situazione di partenza uguale per tutti, subentra l’ossessione per l’uguaglianza sostanziale a tutti i costi, anche a prescindere dai risultati e dai meriti che diventano variabili secondarie delle quali non tener conto perché ostacolerebbero questo livellamento. E dunque, paradossalmente, si avvererebbe il vecchio adagio orwelliano “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri”. Con loro finisce sempre così, un bell’affare!

 

 

 

 

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