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Dibattiti

Ius soli, le buone leggi non sono uguali per tutti

Quel che può avere un ottima riuscita in paesi con tradizioni e assetti diversi dal nostro può essere devastante in Italia

di Giuseppe del Ninno

Ius soli, le buone leggi non sono uguali per tutti

Dunque, parliamo dello ius soli, questione all’ordine del giorno della politica e delle preoccupazioni italiane; questione che si lega ad altri nodi che s’aggrovigliano nella nostra realtà quotidiana, come l’immigrazione incontrollata e sostanzialmente ignorata dall’Unione Europea; le difficoltà d’integrazione dei nuovi venuti, specie nelle periferie urbane; la penuria di risorse finanziarie e la destinazione spesso erronea di quelle disponibili nei bilanci dello Stato, delle Regioni e dei Comuni; l’assenza di una visione della politica in generale e la scarsa consapevolezza di quel che significa identità, se non addirittura la condanna di tale principio, a partire dalla scuola.

Si dice che il principio, sia pure con alcuni correttivi, sia riconosciuto ed applicato negli ordinamenti di alcuni fra i principali Stati del pianeta, dagli USA alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Germania.

Non crediamo di dover spendere molte parole per ricordare le differenze che hanno caratterizzato il cammino di quei popoli sulla strada della formazione, del consolidamento e dell’aggiornamento della coscienza nazionale, rispetto al caso Italia.

Analogamente, si sente ripetere a sproposito che anche noi siamo stati emigranti, mentre ora siamo diventati stazione – e spesso capolinea – di passaggio di flussi la cui consistenza “qualitativa” rispetto a quella nostra è ben diversa; una differenza per tutte: la religione cristiana e la cultura che ne è derivata (senza dimenticare le comuni radici della civiltà giuridica).

Ma torniamo al tema specifico. In sintesi, la legge in discussione al Senato si propone, nel testo attuale – già approvato dalla Camera – di concedere la cittadinanza agli stranieri nati o entrati in Italia prima del compimento del dodicesimo anno e che abbiano compiuto studi per non meno di un quinquennio. Si calcola in circa 800.000 il numero dei soggetti interessati.

Una prima serie di obiezioni può riguardare l’aspetto quantitativo, non tanto riferito al presente, quanto alla tendenza demografica del nostro paese, per cui è previsto che nei prossimi anni il numero dei morti continuerà a superare quello dei nati; a questo, si aggiunga la fecondità dei migranti e, probabilmente, l’ulteriore attrazione esercitata dalla nostra Italia nei confronti delle popolazioni africane (ma anche asiatiche) e agevolata proprio dall’eventuale entrata in vigore di questa legge.

Chiaro che chi non ha a cuore l’identità italiana – e purtroppo non parliamo soltanto di quei politici interessati a impinguare il proprio bottino di voti – troverà argomenti a favore dello ius soli sia di natura quantitativa (ad esempio, il riequilibrio demografico, la possibilità di contare su nuovi contribuenti e di rinsanguare i conti dell’INPS), sia di natura “qualitativa” (come sia giusto e caritatevole favorire la permanenza e l’integrazione dei giovani e giovanissimi migranti, specie di quelli che si sentono già italiani, magari per aver conseguito titoli di studio o acquisito, che so, meriti sportivi).

Ma quei “paletti” fissati dal disegno di legge in questione non sono poca cosa? C’è poi un corollario, che concerne la cittadinanza degli italiani emigrati all’estero, con i connessi diritti di voto e di eleggibilità. Si dice che spesso questi ultimi, la cui cittadinanza è stata, per così dire, valorizzata dalla legge voluta da Mirko Tremaglia, abbiano in realtà con la madrepatria legami tenui ed aleatori (di regola, le ultime generazioni non parlano più nemmeno la lingua d’origine e ignorano quasi tutto della storia comune, per tacere della letteratura, delle arti e, in definitiva, dell’attualità). Una simile obiezione non è priva di fondamento: rispetto a stranieri residenti che manifestano interesse e magari amore per i nostri costumi e le nostre arti, il riconoscimento dei diritti di cittadinanza in capo a quelle generazioni di nostri emigrati appare meno giustificato.

Ricordo un caso personale: un direttore d’orchestra cinese, attivo e operante in Italia per anni, conosceva molto bene la nostra lingua e recitava a memoria interi brani della Divina Commedia (per non dire che apprezzava, fino ad esserne diventato intenditore, la nostra enogastronomia). Nessuna meraviglia che ottenesse – come ottenne – la cittadinanza italiana; ma questo, come altri consimili, è un caso sporadico.

E’ dunque giustificata l’opposizione, riferibile genericamente alla destra, nei confronti di questo disegno di legge? La mia opinione è che paesi come la Francia o la Gran Bretagna, in cui la salvaguardia dell’identità è ancora un valore, in cui il passato coloniale è ancora fecondo e radicato, in cui non esiste una criminalità organizzata in grado di controllare parte non trascurabile del territorio nazionale, in cui la disoccupazione specie giovanile non raggiunge i nostri picchi, in cui la pressione di centri di potere non compresi nel gioco democratico e che spingono all’accoglienza indiscriminata – la Chiesa cattolica, ad esempio – è meno forte che da noi e il controllo dei flussi migratori è più saldo e condiviso, l’affermazione dello ius soli è possibile.

Da noi il rischio della sostituzione di un intero popolo è certificato dalle proiezioni dell’ISTAT e, riferito alle masse di cultura e religione musulmana, prefigura lo scenario delineato dal romanzo di Michel Houellebecq, “Sottomissione”, in cui un partito islamico conquista la maggioranza e manda il suo Segretario alla Presidenza della Repubblica francese. E, si badi bene, analisi e proiezioni del genere prescindono dal rischio di una proliferazione di foreign fighters, di cui hanno fatto esperienza paesi come la stessa Francia, la Gran Bretagna, il Belgio.

Il fatto è che non possiamo continuare a guardare oltre confine, per emulare leggi che non rispondono al nostro comune sentire: la concessione della cittadinanza italiana, come ho ricordato, è contemplata dal nostro ordinamento. La si adegui alle mutate esigenze dei tempi, senza stravolgerla e senza farne l’ennesima occasione di divisione della nostra società.

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