Comitato direttivo
Giovanni F. Accolla, Franco Cardini, Domenico Del Nero, Giordano Bruno Guerri, Gennaro Malgieri, Gennaro Sangiuliano, Mirella Serri, Marcello Veneziani.
a diverso tempo ci chiedevamo tutti che fine avesse fatto Renzi. Lui mandava a dire che, coerentemente con quanto detto nella campagna per le primarie, era tornato a fare il Sindaco di Firenze a tempo pieno. Mentre i risultati del 40% di gradimento, ottenuto nelle urne del Pd, portavano altri (i cosiddetti renziani) a entrare nelle liste del partito di Bersani con buona possibilità di metter piede in parlamento dopo il prossimo 25 febbraio, si parla di 50-55 onorevoli.
Con l’entrata in campo di Monti (per favore lasciamo perdere le “discese” e le “salite”, l’equivoco semantico su cui gioca il prof. è vergognoso!) il “vincitore” Bersani si è sentito mancare il terreno sotto i piedi: sicuro ormai che contro il “bollito” Berlusconi poteva giocare di rimessa, la componente renziana lo preoccupava poco, sicuro che il centro avrebbe, per quanto obtorto collo, accettato di scendere a patti con Vendola per formare una compagine di governo abbastanza forte da poter ottenere il mandato e soprattutto poterlo portare avanti.
Monti –aggregatore di quella che si va configurando come una tecno-democrazia cristiana, la quale soddisfa le voglie di grande centro, le nostalgie di balena bianca, gli aneliti allo scudo crociato che nonostante tutto in Italia non si sono mai estinti completamente e contano ancora buona quota inquietante di sostenitori– Monti dicevo è andato a rompere le uova nel paniere di Bersani, che guarda caso giusto ieri ha incontrato il sindaco Renzi, non nella sua veste di amministratore della città gigliata, ma in quella di detentore del 40% dei consensi del Pd.
Risultato: Renzi ha garantito di partecipare alla campagna elettorale a sostegno del Pd e dunque di Bersani, facendo tutto quello che è necessario per aiutare il segretario del partito a vincere le elezioni ed ad avere l’incarico di governo.
A rigore di cronaca e di logica non c’è nessuna sorpresa. Renzi, entrando in lizza, aveva detto che se avesse perso poi avrebbe sostenuto il vincitore, così come aveva detto che in caso di sconfitta alle primarie sarebbe tornato a fare il sindaco.
Mentre si può capire, seppure non condividere la strategia renziana di fare marcia indietro, rispetto alla forte accelerazione impressa nei mesi scorsi alla politica; meno comprensibile, fino da quando fu dichiarato, il proposito di fare campagna elettorale per il vincitore.
L’argomento usato da tutti in queste ore, e dallo stesso sindaco di Firenze a suo tempo, è l’applicazione del modello americano dove nelle primarie i due contendenti si battono per conquistare la leadership del partito e poi chi vince corre per le presidenziali e chi perde lo aiuta. Eclatante il caso di Omaba e Hillary Clinton, il vincitore della competizione interna, Obama, diventato Presidente ha nominato la sua avversaria segretario di Stato.
Il problema è che Renzi non era un normale competitore sulla scena politica della sinistra come potevano esserlo gli altri concorrenti: Vendola più spostato su posizioni oltranziste quanto a diritti civili, Tabacci al contrario più centrista, sostanzialmente conservatore della linea Pd , ovviamente Bersani che ne era e ne è il segretario (la Puppato, non si è capito bene, ma ora non è importante ai fini del nostro discorso).
Renzi in questo parterre di competitori non si presentava come interlocutore, come portatore di una variante sul tema, ma come “Rottamatore”, uomo di anti-apparato, del rinnovamento, della possibilità di scardinare quel sistema di privilegi. Quindi la sua era una candidatura fortemente alternativa, di vera e propria rottura, tanto da raccogliere il consenso non solo di quel 40% della sinistra ma anche di tanta destra e centro delusi. Come tale, la dichiarazione di appoggiare Bersani in caso di sconfitta era sbagliata allora ed è sbagliata adesso.
Non si può sostenere le ragioni di chi si è combattuto quando l’antitesi era così forte e sostanziale, certo si può lealmente appoggiare appartenendo al medesimo partito, ma anche nel caso del partito si fa fatica a identificarlo come il solito (nella sostanza, non nella forma).
Come farà Renzi a sostenere, ad argomentare? A battersi perché vada in Parlamento, per esempio, la Bindi che lui avrebbe voluto rottamare? Cosa risponderà, nei dibattiti pubblici, a chi gli chiederà ragione del sostegno ad una candidata che per lui rappresenta la vecchia politica, quella da cambiare, da non riproporre, quella che ha fallito nella guida del paese?
Caro Renzi, gli chiederanno, proprio lei, fiero assertore della necessità che non ci si riaffidi a chi ha fallito, adesso ci viene a chiedere di votare quei medesimi che avrebbe rottamato senza se e senza ma?
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