Comitato direttivo
Giovanni F. Accolla, Franco Cardini, Domenico Del Nero, Giordano Bruno Guerri, Gennaro Malgieri, Gennaro Sangiuliano, Mirella Serri, Marcello Veneziani.
Professore ordinario di Storia Contemporanea Roma La Sapiena
ntonio Polito dedica al “premier” un editoriale sul quale si può, nella parte finale, convenire ed utilizzare mentre è assolutamente criticabile nella fase di avvio. Cosa interessa agli italiani se “ha mandato a casa una generazione di capi della sinistra mai veramente uscita dalla cultura del PCI”? Come si fa a definire un altro “merito” il ringiovanimento drastico e la femminilizzazione del governo con le meschine figure fatte dalla Mogherini, con l’arroganza della Pinotti e gli esibizionismi della Boschi e della Madia e, per passare al negletto e bistrattato campo maschile, al grigiore di un Poletti e di un Orlando? Come gli si può attribuire, come terzo “merito”, il primato del consenso democratico, acquisito per via indiretta alle europee con i 2,06 euro giornalieri, e conservato senza dibattiti parlamentari aperti e liberi, condotti sotto il giogo della “fiducia”?
Dai giudizi infondati ed immeritati si passa quindi alla segnalazione delle insufficienze, la prima delle quali è la “spiegazione un po’ troppo consolatoria della crisi grave in cui versiamo”, che, ad avviso di chi scrive, è principalmente superficiale e bambinesca. In questa natura del discorso fatto e noiosamente ripetuto, come è naturale in un disco preparato in laboratorio o in altra area riservata, implicitamente concorda Polito nel momento in cui riconosce che “l’errore […] sta nel lasciar credere agli italiani che non ne fanno parte che le cose siano così facili, e che loro non vi abbiano nessuna colpa e dunque necessità di cambiare. Esattamente ciò che vogliono sentirsi dire”, base e fondamento del, grazie a Dio, calante credito del puffo, ancora una volta dimentico di Genova e della Liguria.
Polito osserva che “dalla bocca di Renzi si sono sentite in questi mesi molte e dure invettive” “ma pochi ragionamenti”. Ognuna delle battaglie da compiere e non ancora assolutamente affrontate “sarebbe difficile e dura, non meno di quella […] sull’articolo 18. Ma ognuno di questi problemi incide sulla capacità di ripresa dell’Italia molto più delle ferie dei magistrati e del sistema di elezione dei senatori”.
La nota conclude, convenendo sulla curabilità del male italiano, sul quale, però, si dovrebbe intervenire “per non perdere il consenso del malato” rischiando – ed i sintomi davvero non mancano – “di esaurire il consenso ben prima che arrivi la guarigione”.
Nell’altro campo dello schieramento, cioè in quello parallelo, perché quello dell’opposizione non esiste o è fatiscente, parolaio e privo di antidoti realistici, Berlusconi, in preoccupata attesa dei risultati sulle regionali in Emilia ed in Calabria, continua nella solita litania della riorganizzazione del centrodestra. Il giocattolo, egregio Cavaliere, è stato rotto una prima volta ed è stato frantumato una seconda volta ed i suoi meccanismi sono rovinati, usurati e probabilmente sono tecnicamente, ovvero politicamente, superati. Emblematico della “novità” in preparazione è l’augurio espresso da Alfano di vedere “nascere un grande partito alternativo alla sinistra”.
Qualche considerazione negativa merita l’editoriale di Sallusti, che si scaglia con l’accusa di “razzismo” contro il sindacalista della Fiom, Landini, che, riprendendo il clichè congenito della sua fazione, ha osato attaccare nientepopodimeno che lo “statista” occupante di palazzo Chigi. Ma non è delizioso vederli scontrarsi e scornarsi? Perché non assistiamo, augurandoci di vederla sempre più di frequente, a questa lotta, che è interna o meglio intestina alla sinistra, che consuma vecchi rancori e vecchie antipatie? Perché intromettersi? Per difendere il “caro e tanto bravo” venditore di pignatte, che lavora così intensamente e produttivamente per l’Italia?
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