Mestieri dimenticati

Kintsugi, in Giappone si usa l'oro a posto della colla perché quel che è rotto abbia più valore

In Italia e in Europa la civiltà dello spreco porta alla scomparsa di antiche tradizioni artigiane

di Laerte Failli

Kintsugi, in Giappone si usa l'oro a posto della colla perché quel che è rotto abbia più valore

“Oggi la gran parte di noi occidentali può permettersi di condurre un'esistenza piena di sprechi. Ma in questo modo dimentichiamo che le nostre condizioni sono soggette a fluttuazioni e che potremmo non essere in grado di anticipare quando il vento cambierà. A quel punto saremo ormai troppo abituati a uno stile di vita dispendioso, per cui le uniche vie d'uscita potranno essere una drastica riduzione del nostro tenore di vita o la bancarotta. (Jared Diamond)”.[1]

Si dovrebbe incorniciare queste parole su vari muri in modo che ogni persona possa prenderne coscienza. La situazione economica italiana è stata più volte trattata e analizzata: tale è e tale è rimasta ancora. Però prendendo spunto dall’Oriente,  solitamente “bravo a copiare”, almeno per quanto riguarda le tecnologie, questa volta potremmo prendere noi qualcosa da loro.

Pochi  sicuramente conoscono il “kintsugi” giapponese.  Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. 

Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello.  Questa tecnica è chiamata "Kintsugi": Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.
E la differenza è tutta qui: occultare l'integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe.

La tecnica prevede la riparazione della rottura tramite lacca giallo – rossastra: questa per dare valore alla ristrutturazione viene cosparsa con polvere d’oro, d’argento o rame, o addirittura platino a seconda del tipo di materiale e destinazione dell’oggetto, per riparare e decorare contemporaneamente.  L’oro però a differenza di argento e rame  con il tempo non si scurirà; il rame è sconsigliato per oggetti che poi vanno a finire in bocca. E così anche una tazza o una teiera di terracotta possono impreziosirsi con un filo d’oro, invece di finire a incrementare qualche montagna di rifiuti in una discarica; o un anello di guscio di tartaruga ritrovare vita grazie a una lacca scura, senza che si indovini la minima frattura. I tempi riparazione possono essere lunghi (anche due o tre mesi)e il prezzo certo non economico: per una tazza “riparata in oro” il prezzo è di circa 20.000 yen (150 euro). Si potrebbe obiettare che con una cifra simile ci si ricompra un intero servizio di discreta qualità, ma quello che importa è la filosofia che sta alla base di questa tecnica: inoltre spesso certi oggetti hanno un valore affettivo superiore a quello materiale e questo e un modo per salvarli e valorizzarli.

Ma per l’appunto, la filosofia dell’Occidente viaggia in direzioni diverse, sempre più vertiginose nei tempi e nei consumi. Molti antichi mestieri, capisaldi della nostra storia, sono ormai scomparsi; a questo processo a contribuito notevolmente il consumismo e restano a noi legati soltanto tramite ricordi: gli ombrellai, tipica categoria di artigiani, riparavano ombrelli sostituendo bacchette rotte e manici spezzati, eseguendo anche rattoppi alla stoffa. Riparavano con tecniche particolari anche piatti e tegami di tela filati o spaccati. Gli ombrellai giravano soprattutto nelle giornate piovose, eseguendo il loro lavoro dinanzi alle case dei richiedenti.
Altra categoria erano gli arrotini, artigiani che giravano per le vie del paese annunciando a squarciagola il loro passaggio : erano dotati di una mola smeriglio, il cui moto rotatorio era determinato da un pedale che azionava una grossa ruota di legno che trasmetteva il movimento all'intero congegno. Oggi l'arrotino esiste ancora ma dispone di mezzi più moderni, anche se la struttura fondamentale del congegno è identica alla precedente; e soprattutto è sempre più raro: meglio rottamare che arrotare ….
Altri artigiani considerati di categoria più elevata erano i barbieri, i cui saloni nel passato non erano molto affollati, poiché i clienti andavano a farsi radere una volta o due alla settimana, preferibilmente il sabato e la domenica. Molti si facevano crescere anche i baffi, ad eccezione dei sacerdoti che si radevano pure quelli, consuetudine che si diffuse anche tra il laicato, specie dopo la prima guerra mondiale per imitazione degli emigrati americani che importavano quella moda da oltreoceano. Si obietterà che i barbieri esistono ancora: per fortuna, anche se certo non è un mestiere molto gettonato fra i giovani, che se mai preferiscono il parrucchiere. E- incredibile a dirsi – alcuni si rifiutano di fare la barba!
In tempi remoti, i barbieri oltre che di barba e capelli si occupavano anche di altre attività soprattutto sanitarie, come cavare denti o applicare sanguisughe (che in tempi andati si utilizzavano per far succhiare sangue agli ipertesi). I saloni del tempo erano anche scuole per strumenti a corda. Infatti, la tradizione vuole che il barbiere avesse una vocazione innata per la musica, privilegiando quella operistica. Forse ispirati dal celebre e "Barbiere di Siviglia", questi artigiani impartivano pure  lezioni di chitarra e mandolino, soprattutto per i giovani che andavano a trascorrere il tempo libero. I barbieri, inoltre, essendo buoni suonatori, erano chiamati ad allietare ospiti ed invitati, in occasione di feste o matrimoni, che allora si svolgevano rigorosamente in casa. Un vero e proprio “factotum della città”, parola di Figaro!
Un altro mestiere quasi del tutto scomparso è quello della sartina, che era stato favorito dallo sviluppo dell'industria tessile che aveva consentito l'apertura di numerose botteghe per la vendita al dettaglio di tessuti e filati di vario genere, incoraggiando l'arte della sartoria e dando lavoro a sarti e sartine. Oggi ce ne sono molto poche, e se vi salta la cerniera dei pantaloni rischiate di doverne ricavare stracci da cucina.
Anche gli accalappiacani facevano parte della schiera degli artigiani del tempo. Un tempo i cani erano numerosi, poiché ogni agricoltore si cresceva l'animale fedele per custodire il cascinale, la stalla o la casa e spesso quando non gli serviva più l'abbandonava per strada.
L'accalappiacani, dipendente comunale, prelevava i cani abbandonati portandoli in un luogo di raccolta, ove sostavano per alcuni giorni per dare l'opportunità ad eventuali padroni di richiederne il riscatto. In mancanza di ritiro la sorte di quelle bestie era segnata. Oggi bisogne invece accalappiare i padroni che consentono ai cani di sporcare strade e marciapiedi, decisamente più bestie loro dei loro animali.
Un altro personaggio che si aggirava per le vie della città era il banditore, utilizzato per comunicare ai cittadini disposizioni dell'Amministrazione comunale, della Chiesa o avvisi di privati cittadini.
Per gli annunci ufficiali del Comune, il banditore era preceduto dal rullio del tamburo. Per gli annunci della Chiesa, invece del tamburo, veniva suonato un grosso campanello, mentre gli annunci privati erano preavvertiti dal suono della trombetta. Ovviamente gli annunci erano fatti in gergo dialettale ed il passaparola era molto efficiente. Oggi il sistema di comunicazione è notevolmente cambiato: il banditore è stato sostituito da sms, volantinaggio, mail, pubblicità.
Concludendo, i mestieri scomparsi o in via d’estinzione sono più numerosi di quel che si crede, ne ricordo qualche altro: il calzolaio, il cestaio, il fabbro, il falegname, il maniscalco, il carbonaio, lo stagnino, , ecc. Per non parlare dei mestieri legati alla civiltà contadina per i quali sarebbe utile, prima che scompaiano del tutto, allestire qualche museo che ne conservi la memoria.
Alcuni di questi mestieri potrebbero e dovrebbero essere ripresi, per combattere la disoccupazione e il consumismo.. di conseguenza risparmiare liquidità e l’ambiente.



[1] Jared Mason Diamond (10 settembre 1937) è un biologo e fisiologo statunitense,. Ph.D, Università di Cambridge, Regno Unito.

È noto a livello mondiale per il saggio Armi, acciaio e malattie (1997), vincitore del Premio Pulitzer per la saggistica.

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