E la frontiera lì, a pochi passi...

Afghanistan: una lunga pagina

Ora, alla vigilia del ritiro delle truppe statunitensi fissato per il 2014, in cartellone un patto bilaterale politico e militare

di Marika Guerrini

Afghanistan: una lunga pagina

Ritirata sovietica febbraio-marzo 1989

I passi stranieri avevano preso a calpestare per l'ultima volta la bianca terra afghana. Sotto il nostro sguardo sfilavano soldati dell'Armata Rossa, giovani, molto giovani. A tracolla vecchi fucili vuoti di tutto, abbandonati sulle gambe stanche, penzolavano con esse da porta pacchi a traino di polverose camionette dell'esercito sovietico. E la frontiera lì, a pochi passi, quella che separa la Valle del Panjshir dal resto del mondo. Le parole che Robert Gate, Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d'allora, poi direttore della CIA, aveva scritto al presidente Jimmy Carter, si stavano attuando. Daremo ai sovietici il loro Vietnam, aveva segnato in una lettera mentre carri armati dell'Armata Rossa entravano a Kabul dando inizio all'occupazione, mentre l'Unione Sovietica prendeva a tracciare la propria fine, mentre l'occidente viveva quel Natale del 1979, il 26 di dicembre. Lui sapeva della direttiva firmata da Carter il 3 luglio dello stesso anno, quella ufficiosa, la direttiva per incrementare gli aiuti agli oppositori del regime filo sovietico di Kabul. Ora gli aiuti segreti di allora stavano maturando i primi frutti.

Valle del Panjshir

A seguire, nove anni d'occupazione da quel '79, anni di lotta, di resistenza, di coraggio e tragedie infine gli accordi, l'armistizio. L'Unione Sovietica nella rappresentanza di Anatoly Tkachyov, ufficiale dell'Armata Rossa, che più volte aveva incontrato Ahmad Shah Massoud, capo dell'Alleanza del Nord, ormai leggenda, s'arrendeva al coraggio afghano, a quel popolo guerriero, popolo da sempre separato in frazioni interne, da sempre unito in un solo corpo di fronte allo straniero. Così tanto indomito, così tanto unito da far elaborare ai britannici, XIX sec., la strategia del Great Game, il Grande Gioco, un'infida slealtà fatta assurgere a strategia per la conquista di quella terra. A nove anni da quel '79, dall'armistizio, il febbraio del 1989 e la ritirata dello straniero dall'Afghanistan. Carcasse di carri armati lasciati lungo la via, campi minati a procurare mutilazioni passate presenti e  future, centinaia di esuli in Pakistan, cicatrici di guerra nelle città, ma lo straniero era fuori. Completamente fuori. Lo straniero sovietico, così, come, per paradosso, si conviene ad una guerra umana. L'altro no, l'altro s'era intrufolato, s'intrufolava sotto mentite spoglie. Lentamente. Astutamente.  
Da allora 25 anni circa. Quel daremo ai sovietici il loro Vietnam, era implicito di altri significati, molti altri. Il Great Game si sarebbe fatto più nascosto, più capillare, più arguto.  La sua espansione più ampia. Si sarebbe fatto degno figlio dei nuovi tempi. Le verità si sarebbero nascoste dietro l'apparenza dei fatti, spesso, quasi sempre. L'episodio delle Twin Towers, preceduto di due giorni dall'assassinio di Ahmad Shah Massoud, che l'ufficialità ha voluto scollegato in realtà azioni di unica matrice, non sarebbe stato che la punta visibile di un iceberg  sommerso. E allora l'Afghanistan fatto passare per soggetto d'azione, in verità architettato oggetto di conquista.

E allora bombe Blu-82, ad iniziare una guerra ignobile e menzognera. Armi micidiali di distruzione di massa usate in Vietnam per disboscare la giungla. Ma la giungla in Afghanistan non c'era. E allora, a seguire, le proibite, per gli altri, bombe a grappolo e l'uso di uranio impoverito e irruzioni nelle case private con violazione d'ogni dignità e violenze d'ogni tipo, quelle svelate e quelle tenute nascoste al mondo e a se stessi. E fiumi di esuli e migliaia e migliaia di morti civili, ancor più bambini e vili droni a volare sulle procurate miserie, quelle che si sanno e che non si sanno. Così per dodici anni. Dodici anni di guerra subumana.
Ora, alla vigilia del ritiro delle truppe statunitensi fissato per il 2014, in cartellone un patto bilaterale politico e militare, un patto da firmare per la Security and Defense Cooperation agreement between the United States of America and the Islamic Republic of Afghanistan, questa la definizione ufficiale dell'accordo di cooperazione. Questo porterebbe la presenza Usa a stanziare in quella terra per altri dieci anni ed oltre. Porterebbe quella terra a diventare   colonia Usa nel cuore dell'Asia e noi faremmo da spalla, ci accoderemmo, è quel che ci riesce, in compagnia di Germania e Regno Unito. Questo, tutto questo porterebbe alla fine dell'Afghanistan. Fine. Questo se l'accordo dovesse essere firmato da Hamid Karzai.
E allora l'assemblea, la Loya Jirga convocata da Karzai, fantoccio in mani straniere,  privo di qualsivoglia capacità di principio di costruzione della nazione. E i 2500 partecipanti tra notabli, anziani, rappresentanti d'ogni professione, parlamentari, tutti distribuiti in seggi di cui un quarto riservato alle donne. E allora i quattro giorni di tradizione e la chiusura lo scorso 24 c.m., cinque giorni fa con un nulla di fatto.

Gli afghani avevano messo delle condizioni all'approvazione dell'accordo, 31 articoli, consideriamone sette tra gli indicativi: 
1) rispetto della Sovranità del paese; 2) rispetto dell'integrità territoriale inclusa la salvaguardia dei siti storici, delle tradizioni e delle religioni; 3) divieto di irruzione per i soldati americani in case afghane; 4) perseguimento, presso la base di Bagram, delle truppe straniere coinvolte in reati e crimini in terra afghana; 5) proibizione di uso e o stoccaggio di armi chimiche nel paese; 6) trasferimento alle autorità afghane dei prigionieri afghani presenti a Guantanamo Bay; 7) l'accordo serve a rafforzare pace e stabilità nel paese, riguarda solo la lotta al terrorismo. 
Ci fermiamo qui. Si può immaginare quali tra questi articoli siano stati negati dagli Usa a-priori, come quello del perseguimento dei reati a Bagram, ma sappiamo anche che i non negati non verrebbero ugualmente  rispettati. Tra abusi, dimenticanze, errori, scuse, escamotage di vario tipo, tutto filerebbe secondo i piani. Come da prassi americana.
Dulcis in fundo, Karzai dopo aver sottolineato con gli Usa alcuni punti, vedi l'irruzione nelle case il cui  punto venendo meno farebbe saltare ogni accordo, ha dichiarato che pur se rettificato dalla Loya Jirga e approvato dal Parlamento, la firma, propria, sull'accordo non ci sarebbe stata che dopo le elezioni del 4 aprile 2014. Non c'è dubbio il pro domo sua, ma così ha detto. Reazione immediata di John Kerry al telefono: telefonata interrotta.
Il film continua con un nulla di fatto. Per ora.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da piccolo da Chioggia il 30/11/2013 13:04:03

    bello il racconto di Frau Marika Guerrini. napoletana indomita mi sembra. me la vedo a portar vivande e proietti ai serventi delle artiglierie di Gaeta. discepola della regina Maria Sofia, l'aquilotta bavara. io qui nella mia Città di Eleonora ora increspata di pioggia mi voglio rileggere dopo quest'articolo anche la novella afgana del geniale Arthur De Gobineau: "les amants de Kandahar". i russi e nemmeno gl'inglesi l'avevan letta a suo tempo. male gliene è incorso. vorrei anche sentire la musica che Weinberg, un compositore del tempo del Reich (epoca per intenderci Furtwaengler, Jochum, etc), aveva intessuto sulla novella gobinaeuiana. prossimamente vi trascrivo una frase molto poetica da questo racconto che celebra l'amore indomito... Una curiosissima spigolatura per la nostra Simonetta Maria Luisa che è scrittrice e filologa: perché non fa una bella ristampa di "Croci di legno", la raccolta di poemetti di Francesco Meriano, che terminò i suoi dì su questo pianeta proprio in quel di Kabul nel quieto 1934? bacione a tutte e salutone a tutti. postilla a lettrici e lettori con esperienza di cucina didattica: attendo una vostra semplicissima ricetta per le frittelle di castagne. col minimo di fatica e il minimo d'istrumenti e ingredienti.

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