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Mostre

Edward Hopper un americano a Parigi

Una bella esposizione al Vittoriano a Roma

di Giuseppe del Ninno

Edward Hopper un americano a Parigi

Quando si visita una mostra a Roma, si dimentica il degrado in cui versa questa città unica; e questo non solo per i contenuti delle varie rassegne, bensì per il luogo in cui la rassegna si svolge. Basti pensare alle Scuderie del Quirinale, con l’affaccio vertiginoso sul panorama che da quel colle si gode, o al più discreto fascino che emana dal chiostro del Bramante, o ancora alle magniloquenti strutture del Vittoriano, dalle cui balconate si apre lo spazio magico dei fori. Proprio qui, nelle sale dell’ala Brasini, si sta svolgendo la mostra di Edward Hopper, pittore americano che ha attraversato buona parte del 900 e di cui si possono ammirare, fino al 12 febbraio prossimo, oli su tela, acquarelli, disegni a matita e a puntasecca. Hopper appartiene a quella schiera di artisti americani innamorati di Parigi: musicisti come George Gershwin e Cole Porter, scrittori come Ernest Hemingway e Scott Fitzgerald, cineasti come Billy Wilder, Stanley Donen e Woody Allen, che a Parigi hanno realizzato alcune fra le loro opere più significative. Il rapporto di Hopper con la Ville Lumière è però assolutamente originale: artista introverso e isolato, si mostra sensibile e attento più alle suggestioni che possono venire dalla realtà quotidiana che non al fascino dei luoghi da cartolina, non ignorati, ma reinterpretati nella loro versione meno scintillante e più nascosta.

La sua è la Parigi del primo decennio del 900, tra la fine della Belle ‘Epoque e l’anteguerra; non già la Parigi dei salotti che contano, come quello di Gertrude Stein – “non l’ho mai incontrata”, racconterà Hopper – dove sfilerà tutta l’intelligentsia internazionale e che verrà rappresentato, ad esempio, da Woody Allen nel suo Midnight in Paris, ma quella dei caffè e dei bistrot, dove trascorreva ore ad osservare la quotidianità che gli scorreva intorno, a suo modo misteriosa e quieta. Mistero e quiete che promanano dalle tele dove sono ritratti il cortile e le scale della sua abitazione di rue de Lille o gli scorci urbani  sui lungosenna, dove, sotto un cielo grigio anche in primavera, sono protagonisti i lavatoi, i ponti, i quais deserti o la chiatta che trasporta ghiaia, come in tanti romanzi di Simenon.

Hopper si dichiara epigono degli impressionisti, e difatti non è difficile cogliere nella sua pennellata echi di Toulouse-Lautrec, di Pissarro, di Edgar Degas (se ne veda l’evidente citazione rappresentata da “Interno a New York”, del 1921); non dipinge soltanto interni, ma porta il suo cavalletto en plein air, secondo la lezione che partì da Monet e attraversò tutto l’Impressionismo. Nelle sue opere tuttavia – specie in quelle paesaggistiche – un dinamismo discreto e sottile trova il un motore ricorrente nel vento, che agita gli alberi del parco di St. Cloud e gli abiti delle figure sul Pont des Arts, i cipressi davanti al Bisrot del vino, ma anche le tende degli interni, a partire dall’Evening wind (vento della sera), acquaforte che ritrae uno dei suoi tanti nudi femminili.

Proprio le donne sono le protagoniste del versante figurativo dei suoi quadri, sia nel periodo parigino, che in quello americano. Qui del primo vengono esposte, fra le tante,  la misteriosa “Donna che cammina” e che rivolge all’osservatore uno sguardo, sotto la veletta, intenso e inquietante, e l’altra, che siede seminuda e stancamente sensuale, nell’”Interno d’estate”; mentre del secondo periodo ci piace ricordare quelle che offrono le loro forme floride in “Girlie Show” o nel metafisico “South Carolina Morning”, dove si colgono addirittura risonanze delle prospettive geometriche di Piero della Francesca; e ancora, nel rispecchiamento delle differenti età delle protagoniste, le due donne di “Second Story Sunlight”, tela del 1960.

In tutto il suo percorso creativo, Hopper, che pure ha attraversato periodi storici diversi e drammatici, dalla fine della Belle ‘Epoque ai conflitti mondiali, fino alla guerra in Vietnam, passando per la Grande Depressione, non ha mai lasciato trasparire, nella sua pittura, i condizionamenti dell’attualità, che sono evidenti, ad esempio, e addirittura centrali nella narrativa di un Faulkner o di uno Steinbeck e nella filmografia di un John Ford o di un Michael Cimino.

I personaggi di Hopper sono caratterizzati da un irrimediabile estraniamento, con i loro sguardi assorti; non sembrano sfiorarli né i drammi della crisi né il fervore delle rinascite. Perfino i paesaggi americani si offrono all’osservatore come estranei alla vita pulsante delle metropoli, già nella scelta degli esterni – come nella visione dall’alto dell’“American village” – ma anche negli interni degli uffici e dei caffè, dove affiorano le stesse atmosfere create da Raymond Chandler, o dove la scena quasi prefigura le tematiche dell’incomunicabilità, care a Michelangelo Antonioni (si veda in particolare “Soir Bleu”, del 1914).

Così, in “Washington Bridge”, più che l’ardito acciaio del ponte, assumono rilievo gli chassis dei carretti in primo piano – nostalgia del tempo che fu? – e nella grande tela “Case ed appartamenti sull’East River” i caseggiati popolari evocano esistenze grigie come il cielo, gli edifici e il fiume, ma certo nessun dramma storico a tinte forti.

L’America di Hopper allora è quella delle villette vittoriane, calate come corpi estranei in campagne o al limitare di boschi desolati, o quella dei porticcioli dove il mare è quasi invisibile – che differenza, rispetto alle marine degli impressionisti! – ingombro com’è di scafi, di alberi svettanti, di vele gonfie di vento (ancora il vento!); è l’America dei distributori di benzina visti in tanti film, lungo deserte  highways. Tuttavia, la solitudine che viene riconosciuta come la cifra della pittura di Hopper, simboleggiata dalla serie dei fari a picco più sulla terra e sul cielo che non sul mare, è la solitudine che nasce dall’aspirazione alla più classica conoscenza di sé e che costituisce, a detta dello stesso Hopper, l’unica fonte della sua ispirazione.

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