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Editoriale

EGITTO: un rosario per bakshish.

Ricordi di una vecchia inchiesta più che mai attuale.

Domenico Del Nero

di Domenico Del Nero

antuno vittime. L’arida computistica della morte per uno strazio che dura da molto, troppo tempo, in Egitto come altrove. Una giornata sacra e importante per la fede cristiana, la Domenica delle Palme, si è trasformata in un momento di dolore e di martirio, la cui immagine più nitida e straziante è, ancora una volta, quella di un bambino: un chierichetto radioso e sorridente poco prima di quello schianto che lo cancellerà impietosamente dal mondo dei vivi, facendone forse un angelo presso il cuore di Dio, ma motivo di infinito rimpianto e dolore in terra. Ma per questo bambino, come per le altre vittime, il coro degli indignati è molto più flebile che in altre circostanze, per lui non si mobilitano missili o portaerei (tra l’altro, almeno nel caso della Siria e non solo, decisamente a sproposito).  Bergoglio? Solite parole di circostanza,evitando soprattutto di menzionale i veri responsabili – il terrorismo islamico, o meglio il sedicente “stato islamico” dell’Isis  – di questa ennesima infamia che ha colpito in ben due chiese della comunità cristiana copta, antica e venerabile, presente in Egitto da ben prima dall’invasione araba: a Tanta, nel delta del Nilo, dove un attacco ha causato 27morti e 78 feriti; e qualche ora dopo ad Alessandria, la “capitale copta” d’Egitto, dove un kamikaze si è fatto esplodere fuori dalla chiesa di San Marco. Le fonti ufficiali parlano di 17 morti e 48 feriti.

Certo, ci sono parole di condanna e di solidarietà anche da parte di autorevoli esponenti musulmani: Abdellah Redouane, segretario del Centro islamico culturale d’Italia parla ad esempio  di “orrenda violenza da condannare”.  Ma non basta.

Non basta perché il problema non è solo il terrorismo, che è solo la punta dell’Iceberg. Non si tratta qui di  evocare uno “scontro di civiltà” o  scenari apocalittici che più volte abbiamo respinto anche da queste colonne, ma di denunciare uno stato di fatto che va avanti da molto, troppo tempo. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha proclamato tre giorni di lutto nazionale e lo stato d’emergenza per tre mesi, ma la sensazione è che lo stato non faccia abbastanza per tutelare la minoranza cristiana, copta e non:  “Ci sentiamo un bersaglio” ha detto più di un cristiano copto a commento di quanto accaduto.  Mona Mounir, deputata egiziana di religione copta aveva invocato una revisione dei piani di sicurezza, "adottando misure preventive per proteggere le chiese ed siti sensibili.  Gli eventi odierni -  dichiara la Mounir -  sono la prova che siamo in una grave guerra contro il terrorismo e mostrano un fallimento di sicurezza". [1]

Hanno perfettamente ragione i copti a sentirsi minacciati; ma la loro situazione, se è sensibilmente peggiorata con l’arrivo dell’Isis, non è che in passato fosse comunque idilliaca: neppure sotto il “pugno di ferro” del presidente Mubarak.

Chi scrive lo sa fin troppo bene perché conserva un ricordo personale.

Erano i primi anni Novanta; in occasione di un mio viaggio in Egitto, un quotidiano per il quale collaboravo mi chiese un servizio sulla condizione dei cristiani in quel paese.

Trai i miei ricordi affiora vivissimo il sentimento di ostilità, gli sguardi di odio puro che molta gente  – certo non tutta, ma nemmeno poi tanto pochi -  ci rivolgeva, soprattutto nei pressi delle moschee. In qualche caso poteva essere, se non giustificabile, almeno comprensibile; c’era gente – anche italiani -  che non si comportava effettivamente con la necessaria prudenza e  rispetto. Ma in linea di massima, l’ostilità potevi percepirla senza bisogno di questo e ogni tanto si sentivano volare espressioni che – almeno dal tono – non sembravano precisamente complimenti.

Eppure, malgrado questo, non mi sarei aspettato quello che dovetti ascoltare. Ero già stato più volte in Egitto, lo ricordavo come un paese accogliente, gli abitanti in linea di massima cordiali ….

Ad Alessandria, oltre alle chiese copte, c’è una importante cattedrale cattolica, dedicata a Santa Caterina e affidata ai francescani.  Ricordo un frate piccolo, con una barbetta a punta, italiano. “ Padre, sto scrivendo un articolo sulla condizione dei cristiani in Egitto. Vorrebbe ….

“Per l’amor di Dio, non scriva nulla, la prego! Non posso dirle niente, non farebbe che peggiorare la situazione.” Ricordo ancora, con mio grande sconcerto, come si fece pallido, gli vennero addirittura le lacrime agli occhi. Compresi che non era il caso di insistere e  sarebbe stato del tutto inutile.

Riuscii a sapere qualcosa di più per un puro caso. Durante il viaggio sul Nilo in battello da Luxor al Cairo, fui avvicinato da un giovane cameriere. Pensavo fosse alla ricerca del Bakshish, la tradizionale mancia che almeno allora veniva richiesta  - o perlomeno “sottintesa” per ogni minima cosa, ma non era assolutamente così.

Quel ragazzo era un cristiano copto. Voleva parlare con qualcuno che condividesse – anche se da posizione diversa – la sua fede. All’inizio non fu facile fargli dire qualcosa sull’oggetto della mia inchiesta, ma poi si lasciò andare ad alcune confidenze.

Avevo notato che davanti a ogni chiesa cristiana c’era una guardia armata. Pare però che fosse più “di facciata” che altro: prepotenze e violenze erano all’ordine del giorno, e il governo si impegnava ben poco nella protezione dei  cristiani.  Non solo: a loro non era consentito avere nuovi luoghi di culto, nuove chiese: dovevano rigorosamente accontentarsi di quelle che avevano. Ma la cosa più sconvolgente di cui mi parlò fu di una specie di società segreta che praticava la “caccia al copto”, o quando un cristiano veniva ritenuto troppo “fastidioso” o semplicemente per … tenere alta la tensione. Una cosa che veniva taciuta, ma di cui in molti – anche tra le autorità – conoscevano l’esistenza. Ma si preferiva ignorarla, per non urtare certe “suscettibilità”.

Il ragazzo non mi disse questo per un bakschish che pure gli offrii; non accettò neppure qualcosa da bere. Una sola cosa mi chiese: una piccola corona del rosario che portavo con me e che gli avevo fatto vedere come “segno di riconoscimento”.

Non dimenticherò mai il sorriso e la delicatezza con cui la prese. E spero davvero che in tutti questi anni lo abbia protetto.

 

 



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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Boulos il 13/04/2017 16.46.12

    Ho trascorso 10 anni in Egitto, l'ultimom periodo dal 1989 al 1994. La situazione stava diventando pesante per i cristiani, soprattutto nel Fayun ed il Alto Egitto; rammento che durante un mio viaggio vedemmo levarsi una colonna di fumo; ci avicinammo, era un villaggio cristiano incendiato dai mussulmani. In quell'area, le due comunita' religiose vivono in villaggi separati a poca distanza l'uno dall'altro e gli attacchi ai cristiani molto frequenti.

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