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Editoriale

Le elezioni francesi dimostrano che il problema è comunque l'Europa

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

ue, l’Europa - anzi l’Unione Europea - gode di buona salute. La crisi economica generalizzata che morde la gola e lo stomaco agli europei almeno dal 2008 è alle nostre spalle; le aziende manifatturiere del continente producono ed esportano; i giovani trovano lavoro appena laureati e i tassi di disoccupazione sono al minimo; la povertà è in via di estinzione; i flussi migratori non solo non spaventano più nessuno, ma trovano un po’ dovunque la loro migliore utilizzazione; il terrorismo islamista è un fenomeno ormai marginale; la concordia regna sovrana fra i 27 Stati che compongono l’Unione, e via salmodiando.

Nessuno dei fenomeni di cui sopra risponde al vero? Ho tracciato un quadro ideale ben lontano dalla realtà? Non si direbbe, a giudicare dagli esiti elettorali di questi ultimi tempi, almeno dopo la Brexit. I tanto temuti – dall’establishment di Bruxelles – movimenti populisti hanno collezionato un risultato deludente dopo l’altro, dall’Austria all’Olanda fino al primo turno delle presidenziali francesi, dove si sta replicando il copione del 2002, quando tutte le forze “repubblicane”, anche le più reciprocamente ostili, si unirono per sconfiggere il papà di Marine Le Pen, inopinatamente giunto al ballottaggio; o, più di recente, quando il medesimo, eterogeneo assemblaggio ha escluso dai Consigli Regionali tutti i candidati – spesso vittoriosi al primo turno – del Front National.

Questi risultati possono essere letti in modi diversi e offrono lo spunto per una serie di riflessioni, qualcuna valida anche per l’Italia. Intanto, in Europa non circola un’effettiva voglia di radicale cambiamento, che può essere rappresentato – fino a prova contraria – solamente dai movimenti populisti; si vede che i popoli, tutto sommato, non hanno una genuina paura del futuro e, ancor più, che si trovano bene nella condizione presente. Sì, la pressione fiscale, sì, il lavoro che non c’è, sì la fine del mese sempre più lontana, sì lo straniero in casa, ma quello che spaventa di più è il cambiamento. E allora, seguiamo i politici (i politici?) che si dichiarano, magari sotto la spinta dei movimenti euroscettici, insoddisfatti dell’Unione Europea, ma promettono di cambiarla, ovviamente dall’interno, senza uscirne. Peccato che questi lodevoli propositi, che accomunano Macron e Renzi e in parte perfino la Merkel e gli esponenti della Commissione e del Parlamento europei, continuino a restare lettera morta.

I Signori che comandano da Bruxelles – e da Francoforte, e da Strasburgo – sanno bene che soltanto un’autentica unificazione, in primo luogo politica, può determinare un cambiamento. La progressiva devoluzione di quote importanti delle sovranità nazionali ha fin qui riguardato unicamente la moneta, i bilanci, i commerci e, comunque, le abitudini quotidiane degli europei. Nulla si è fatto per rendere effettiva la rappresentanza popolare negli Organi collegiali, del resto, privi di effettivi poteri; poco o nulla si è fatto per proteggere le frontiere continentali. E quel poco è andato nella direzione sbagliata, imponendo inopportune sanzioni alla Russia, ignorando le istanze di Italia e Grecia in materia di limiti e risorse a fronte dei flussi migratori, evitando di modificare, come le mutate condizioni storiche vorrebbero, i trattati di Maastricht, di Dublino, di Basilea., restando, in definitiva “nani politici”. Per contro, appaiono lontanissimi l’omologazione dei sistemi giudiziari e fiscali, lo scambio sistematico d’informazioni – se non l’integrazione – degli apparati d’intelligence, l’istituzione di un esercito e di forze di polizia comuni e così via.

Tornando alla Francia, la scomparsa del Partito socialista e l’esclusione – per la prima volta – dei gollisti dal ballottaggio certifica, una volta di più, la crisi irreversibile dei partiti “tradizionali”, a vantaggio di formazioni “liquide”, avventizie e legate a leader dal carisma precario. Dissoltesi le visioni, gli ideali e perfino le idee, restano in campo gli interessi, e quelli di Macron, ad esempio, uomo della grande finanza internazionale, non sembrano collimare con quelli della Francia profonda, la Francia dei contadini e degli operai, la Francia delle banlieue islamiche mai integrate e quella dei cattolici a cui il laicismo imperante ha imposto una serie di misure incompatibili con la morale confessionale. Per inciso, non è un caso

Non a caso, l’ex ministro di Hollande e Valls, sceso in tempo dalla nave che affondava, ha riscosso i suoi consensi soprattutto nelle grandi città e nel nordovest, i luoghi dei bobos, giovani borghesi benestanti e cosmopoliti, “generazione Bataclan”, genìa pseudointellettuale dedita al mugugno elegante ma, nei fatti, devota all’Europa delle banche e della burocrazia e sradicata dalle tradizioni patrie.

Marine Le Pen ha ripetuto più volte, non solo in campagna elettorale, la sua avversione al mondialismo, la volontà di tutelare la patria, il suo popolo e le sue frontiere, il superamento del discrimine destra/sinistra – che pure qualche lampo ha continuato a produrlo, in questa competizione – il riconoscimento del nuovo discrimine “alto/basso”, il suo stare dalla parte del “basso”, dei meno protetti, di quella parte di popolo che, temiamo, testerà senza rappresentanza politica anche stavolta, in virtù di una legge elettorale sempre più inadeguata ai tempi.

Ora si tratterà di affrontare il gioco delle alleanze – il nocciolo della politica – cercando di pescare negli specchi d’acqua altrui, tanto “a destra” (fra i gollisti) quanto “a sinistra” (fra i seguaci del sorprendente Mélenchon, apprezzato da Alain de Benoist); un’operazione quasi obbligata in Francia e ancora problematica in Italia, dove il citato discrimine “destra/sinistra” è stato istituzionalizzato dalla festa del 25 Aprile, dalla quale è escluso tutto un popolo che visse come una tragedia la guerra civile.

Si aggiunga che quel che è quasi impossibile in Francia per il Front National, vale a dire attirare consensi dall’elettorato gollista e comunque moderato, è già stato fatto in Italia, dove Forza Italia, Lega e post-fascisti hanno governato insieme e potrebbero tornare a farlo. E’ il motivo per cui sarebbe interessante se la Francia di M.me Le Pen riuscisse a costruire un’alternativa politica con la sinistra intelligente di Mélenchon, individuando le linee comuni e mettendo fra parentesi tutto quello che divide, magari arrivando a formulare nuove sintesi. Insomma, la Francia come laboratorio di idee – quello che molto spesso è stato nella storia europea – un laboratorio nel quale dovrà dar prova di sé anche M. Macron, generale senza esercito, che, indipendentemente dall’esito del ballottaggio, in giugno sarà chiamato alla dura prova delle elezioni legislative e, chissà, a una difficile “coabitazione”.  Staremo a vedere.

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