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Editoriale

Perché tanti libri sul malessere in seno alla Chiesa Cattolica?

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

hiesa cattolica è malata? Se dovessimo giudicare da tante notizie di cronaca e da tanti libri in circolazione, la risposta non potrebbe essere che affermativa. Per non andare troppo indietro nel tempo, basterebbe ricordare le dimissioni di Benedetto XVI, le vicende connesse allo scandalo “vatileaks”, i ripetuti casi di pedofilia in cui sono stati coinvolti sacerdoti e perfino prelati e, sul fronte editoriale, il successo dei libri-inchiesta di Gianluigi Nuzzi e di Emiliano Fittipaldi, ma anche di romanzi come “L’indegno” di Antonio Monda e “Bruciare tutto” di Walter Siti; insomma, ruberie, abusi di potere, sesso.

Qui ci soffermeremo sulla crisi della Chiesa dall’angolazione scelta da Fabrizio Peronaci, responsabile della cronaca nera del Corriere della Sera di Roma, che ha appena pubblicato con la editrice Centauria il suo nuovo lavoro: “La tentazione”. Al centro della narrazione, storie d’amore proibito e di sesso, ma anche oscure connivenze intorno al furto di un’opera d’arte e, soprattutto, colpevoli silenzi della gerarchia ecclesiastica.

I canoni prescelti da Peronaci sono quelli della docu-novel, un genere poco frequentato in Italia, dove l’Autore parla in prima persona per dar conto dei risultati delle sue indagini, che espone poi nella forma del romanzo.  L’Autore aveva già praticato il genere, con due volumi usciti in anni recenti: “Il ganglio” e “Mia sorella Emanuela”, in cui, scrivendo del caso Orlandi, poneva in luce il coinvolgimento di esponenti ecclesiastici, pesantemente chiamati in causa sulla base di documenti.

Nel suo nuovo libro, Peronaci racconta due storie vere, che riguardano entrambe l’Ordine dei Carmelitani Scalzi (per caso?). Qui il malessere della Chiesa emerge con chiarezza e attraversa i decenni: la prima di queste, infatti, comincia a metà degli anni 60 del 900 e si svolge a Roma in un lungo arco di tempo, che va fino alla morte, nel 2001, del protagonista maschile, un prelato appartenente, appunto, all’Ordine dei Carmelitani Scalzi, in seno al quale giunse a ricoprire la carica di preposito della Provincia Romana; ma non c’è solo una storia d’amore proibito: la fonte dell’Autore – un’ormai anziana professoressa in pensione, che dalla relazione con il frate ha avuto due figlie - documenta anche un’ambigua complicità dello stesso nel furto di un’importante opera d’arte conservata in un convento dei carmelitani a Montecompatri, ad opera di due figuri appartenenti al sottobosco del terrorismo nero e curiosamente ospitati in quel convento.

Sul tavolo vengono allora squadernate la secolare questione del matrimonio dei preti e le tentazioni, non solo nella sfera sessuale, alle quali i medesimi sono soggetti, specie quando assumono ruoli di responsabilità (ad esempio, la distrazione di fondi appartenenti all’Ordine, per meri fini personali); ma in primo piano, in entrambi i racconti di Peronaci, finiscono i silenzi omertosi, le insufficienti sanzioni, le ingiustizie perpetrate nei confronti degli innocenti.

Nella vicenda della professoressa – nel romanzo denominata “Dama Nera” – e del frate, i toni sono quelli picareschi della commedia all’italiana, ma si pensa più a film come “Operazione San Gennaro” che non a “La moglie del prete”, entrambi di Dino Risi. E nel racconto che la donna fa al nostro Peronaci, nel corso di svariati incontri in un bar romano, appare quasi sullo sfondo il tormento del carmelitano, che dà l’impressione di non voler lasciare il saio più per convenienza o debolezza che per sincera e profonda vocazione.

Dalle pagine di Peronaci, scritte con uno stile asciutto e con un ritmo avvincente, attraverso la storia della protagonista e della sua famiglia, emerge uno spaccato sociale nel quale la media borghesia romana tenta di difendere il suo posto nel mondo, di fronte al nuovo che avanza. Si susseguono così i problemi familiari della “Dama Nera”, il fallimento del suo matrimonio, le difficoltà di accesso all’insegnamento, l’incontro con il frate, le rinnovate pulsioni erotiche, la tenerezza, i sotterfugi – con padre e madre, da un lato, con i confratelli, dall’altro - le truffe subite, la caduta in disgrazia del prelato dopo la vicenda del furto del dipinto, con la sua condanna a tre mesi di carcere per la complicità con i ladri. A rendere più fosco il tramonto di chi fu felice – forse – e potente, sopraggiungono la scoperta dei “buchi” nel bilancio dell’Ordine per sua colpa e la sua conseguente emarginazione. Unico bagliore di luce, la nascita delle due figlie e il loro tardivo riconoscimento, quando la salute dell’uomo, molto più anziano della sua compagna, viene meno.

Il panorama tornerà ad essere buio per il frate, con l’inganno da parte di lei, che tenterà di costituirsi delle prove a discarico, estorcendo documenti – allegati in fotocopia nel libro - e ammissioni registrate di nascosto, fino a pretendere ed ottenere del denaro dal preposito generale dei Carmelitani, in cambio del silenzio (e questo Preposito Generale lo ritroveremo anche nella seconda storia). Insomma, tutta questa vicenda ingarbugliata finisce per perdere i colori caldi dell’amore, per assumere quelli lividi del risentimento e della voglia di rivalsa verso il mondo ostile, con la Chiesa e l’Ordine dei Carmelitani nel mirino.

A far prendere la decisione di parlare alla “Dama Nera” è proprio l’innesco fornito dalla seconda storia di questo libro, che vede al centro due protagonisti con il saio e un “testimone scomodo”, in una vicenda torbida che si svolge nel decennio che va dal 2004 al 2015 e che ruota intorno a commerci carnali a sfondo mercenario e omosessuale, in cui sono coinvolti un alto prelato della Curia Generalizia dei Carmelitani Scalzi, a Roma, e due senza dimora che si prostituiscono a Villa Borghese e ruotano intorno alla parrocchia di Santa Teresa d’Avila, come tanti altri poveri senza tetto.

Dicevamo del carattere di docu-novel di questo libro: questo si può dire non soltanto perché esso deriva da conversazioni con i protagonisti e dalla consegna di documenti all’Autore, ma anche perché chi scrive ha avuto una parte nella seconda di queste vicende, essendogli stato affidato il ruolo di portavoce di un gruppo di parrocchiani di Santa Teresa d’Avila, a sostegno delle ragioni del vice parroco dell’epoca, scopritore e denunciante dei loschi traffici a sfondo omosessuale in cui era coinvolto un confratello della Curia Generalizia; vice parroco poi trasferito, come l’intero presbiterio della parrocchia, per simulare un normale provvedimento amministrativo, ma in realtà per tenere nascoste le colpe del Priore reo.

Il racconto di Peronaci qui si basa essenzialmente sul dossier accusatorio depositato presso le autorità ecclesiastiche e che avrebbe dovuto restare segreto, ma che è invece pervenuto anonimo sulla scrivania dell’Autore, il quale sullo scandalo della Curia Generalizia dell’Ordine dei Carmelitani aveva già pubblicato una serie di servizi sul Corriere della Sera, riuscendo a provocare una generica e pubblica richiesta di scuse da parte di papa Francesco. Su questa vicenda, di cui ci siamo occupati in occasione dell’uscita del film “Spotlight”, che trattava di una vicenda analoga negli Stati Uniti, non diremo di più. Ci limitiamo a sottolineare, come fa Peronaci in chiusura del libro, che ad oggi non risulta avviato il processo canonico nei confronti del frate accusato, nei confronti del quale sembra essere stata applicata la regola del trasferimento, in modo da consentirgli di continuare a sbagliare, ma in altra sede; aggiungiamo che ormai il problema non è quello del peccato, o dei reati, commessi da quello, bensì consiste nel sospetto coinvolgimento in un silenzio omertoso di tutta la catena di comando della Chiesa, partendo dai prepositi generali dei Carmelitani e dai padri provinciali, passando per i vescovi ausiliari, per arrivare fino al Vicario del Pontefice e, al Pontefice stesso. Insomma, con l’ascesa al soglio e le dichiarazioni di Papa Francesco, si erano accese speranze di pulizia e trasparenza, di misericordia ma anche di giustizia che, ad oggi, si teme possano essere finite in secondo pian: questa la conclusione amara dell’Autore, che si augura di essere smentito.

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