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Editoriale

Filippo Facci: divieto di opinione. Imbavagliato un giornalista per lesa maestà islamica

A prescindere da come la si pensi sull'uscita di Facci, il provvedimento di sospensione appare quantomeno eccessivo e preoccupante.

Graziano Davoli

di Graziano Davoli

sentenza del Consiglio di disciplina dell'Ordine dei Giornalisti della Regione Lombardia ha deciso di sospendere Filippo Facci per due mesi, a causa di un editoriale comparso su Libero dal titolo "Perchè l'Islam mi sta sul gozzo". Per due mesi Facci non potrà più scrivere nè percepire un regolare stipendio. Per due mesi sarà costretto a sfilare, metaforicamente parlando, nelle fila di fantasmi del libero pensiero che si aggirano tra le macerie di un Europa senza più coscienza di sè. Prima di lui ci si è unito Theo van Gogh, il quale pubblicò "Submission" un cortometraggio che trattava delle condizioni della donna nei paesi islamici. La sua vita terminò tragicamente per le strade di Amsterdam, quando Mohammed Bouyeri, un cittadino con il doppio passaporto olandese e marocchino che gli sparò otto colpi di pistola e lo finì tagliandogli la gola. Prima ancora ci si è unito Pym Fortuyn, che in tempi non sospetti attraverso un libretto assai pungente, denunziò il pericolo dell'islamizzazione della cultura occidentale. Tre proiettili alla testa ed al collo, sparati dall'estremista di sinistra Volker van der Graaf, lo uccisero davanti al Parlamento dell'Aja. Possiamo rallegrarci del fatto che Facci respiri ancora e che se la sia cavata con soli due mesi di sospensione. Ci rallegriamo un po'di meno quando pensiamo che egli è stato messo a tacere, in modo del tutto arbitrario, attraverso un organo legale quale è l'Ordine dei Giornalisti, una violazione del diritto di espressione legale e riconosciuta.

A rileggere la sentenza, sembrerebbe scritta più da uno scavezzacollo dei collettivi che occupano qualche Ateneo bolognese o toscano, piuttosto che da una persona competente della disciplina giurisprudenziale. "Facci ha respinto con fermezza l'accusa di razzismo. Questa è la premessa che solitamente accompagna tutte le affermazioni di carattere razzista". In pratica la sentenza esordisce con un’impressione, un dato del tutto soggettivo quando invece il diritto dovrebbe essere fondato su fatti e atti oggettivi. La sentenza prosegue affermando che le affermazioni di Facci avrebbero avuto un carattere razzista e xenofobo e che avrebbero offeso un intero sistema culturale. L’articolo in questione rivendica il diritto di odiare una cultura e l’odio è fino a prova contraria un sentimento individuale che non aggredisce né offende chi ne è oggetto.

La sospensione di Facci deriva dunque da un criterio di valutazione soggettivo che ha perseguito qualcosa che di per sé non era perseguibile. Questo connota la pericolosità dell’Ordine dei Giornalisti. Un ente che ha origine nel 1925, all’inizio del ventennio fascista, con la fondazione dell’Albo generale dei giornalisti professionisti volto a perseguire in modo più facile e veloce ogni “abuso” o “reato” perpetrato a mezzo stampa, in pratica con l’accusa di turbare l’ordine pubblico, i valori nazionali, la religione cattolica, offendere il capo del governo, il re e tante altre quisquilie si mettevano a tacere gli oppositori del regime. A questo si accompagnarono l’autorizzazione, che prevedeva una licenza rilasciata dal Prefetto locale per chiunque volesse aprire una nuova testata, la censura preventiva e il sequestro dello stampato. Quest’ultimo permane tutt’oggi, grazie all’Articolo 21 della nostra costituzione che esclude a priori i primi due. Nel 1963 nasce l’Ordine dei Giornalisti come lo conosciamo, grazie alla legge Gonella che al secondo comma precisa che “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica” e allo stesso tempo “è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. Fino a qui non vi sarebbe nulla da eccepire, se non fosse per il fatto che l’Ordine dei Giornalisti si è sempre mosso secondo criteri selettivi. Non sospese mai quei giornalisti che furono tra gli 800 firmatari di quel manifesto che invocava la giustizia proletaria contro il commissario Luigi Calabresi. Non sono stati presi provvedimenti contro la pubblicazione su “Il Fatto Quotidiano” dell’intercettazione della chiamata dell’ex premier Matteo Renzi a suo padre, intercettazione avvenuta tra l’altro commettendo abuso del segreto di ufficio. Contro due atti che hanno violato la buona fede, la lealtà e la correttezza della professione giornalistica si è lasciato correre, contro Filippo Facci che ha adempiuto al suo dovere esprimendo liberamente un suo diritto di espressione, che consiste anche nel diritto di poter esprimere un sentimento di odio si è subito proceduto alla sospensione. Questo dà l’idea della pericolosità dell’ente in questione che oltre ad essere nato con propositi non proprio liberali ed essere dispendioso e burocraticamente proibitivo, risulta pericoloso perché si muove con motivazioni arbitrarie. Ne esce come un mezzo con il quale lo stato attua le sue purghe contro chi esprime idee che dissentono dal pensiero dominante.

A prescindere dal fatto che si concordi o no con Facci, questo modus operandi dovrebbe destare qualche preoccupazione in tutte le persone di buon senso, perché uno stato che usa degli enti per mettere a processo e reprimere le idee, che altro non sono che visioni del mondo che provengono da una propria coscienza etica, è uno stato etico che tende ad unificare gli uomini sotto un’unica etica decisa a tavolino da persone che non avrebbero i titoli per farlo. Un metodo sovietico, che oggi ha colpito Facci, prima di lui molti altri che rifiutano l’ottica disfattista del relativismo culturale imposta dal pensiero unico. Ma anche coloro che vi si conformano hanno poco da stare allegri, quando i dissidenti saranno stati tutti epurati toccherà a loro, come è successo nell’Italia del ventennio o nella Germania del Terzo Reich o nell’Unione Sovietica comunista. E’ quanto mai necessario abolire questo attrezzo del leviatano finché si è ancora in tempo.

 

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